Munizioni di piombo, un veleno per la fauna con rischi per l’uomo: la mostra al museo Caffi

BERGAMO. In Città Alta l’esposizione sui danni del metallo usato nella caccia. Il 69% dei rapaci esaminati presenta concentrazioni superiori ai valori ambientali.

Il piombo delle munizioni avvelena i rapaci, il territorio e l’uomo che si ciba di selvaggina. Non è un’ipotesi, ma un’evidenza scientifica, avvalorata da studi, dati oggettivi e ricerche. Da ciò deriva la necessità che venga vietato l’uso di cartucce con questo metallo tossico. Di questo si è parlato all’inaugurazione della mostra «Il veleno dopo lo sparo» allestita al museo di Scienze naturali Caffi in Città Alta. Presenti i maggiori esperti delle problematiche connesse all’avvelenamento da piombo negli animali selvatici: Giuseppe Bogliani, presidente del Centro italiano studi ornitologici; Alessandro Andreotti dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale; Enrico Bassi di Vulture Conservation Foundation. La revisione scientifica della mostra, aperta fino al 15 ottobre, è stata curata degli stessi Andreotti e Bassi.

«Il ruolo di un museo – ha introdotto Marco Valle, direttore del Caffi – è quello di divulgare conoscenze scientifiche, ormai acclarate in ambiente specialistico». Ogni anno nell’Unione Europea vengono disperse nell’ambiente circa 14.000 tonnellate di piombo attraverso l’attività di caccia. Il piombo resta per decenni nel territorio dove gli uccelli possono raccoglierlo e ingerirlo. L’European Chemical Agency (ECHA) stima che in Europa, ogni anno, almeno 1.300.000 uccelli muoiano per intossicazione. Già nel 2008 Bassi si interessò al problema con Ikarus, un gipeto con sintomi di saturnismo. Dopo una serie di cure fu rilasciato, ma dopo un anno fu raccolto morto in Svizzera: «L’analisi delle sue ossa mostrava una presenza di piombo altissima. Da allora si è avviata la ricerca su 251 carcasse, tra cui grifoni, aquile reali, gipeti e avvoltoi monaci».

Concentrazioni elevate

Una tabella classifica 152 ritrovamenti in Italia: il 60% presenta tassi di piombo da intossicazione. Di questi quattro campioni arrivano dalla Bergamasca, una poiana ritrovata a Viandosso a Ranica nel 2018, tre aquile reali raccolte nella Valle del Salto a Fiumenero (2017), a Capofobba a Taleggio (2014), a San Rocco sul Monte Croce (2006). Ma tra questi animali analizzati ci sono anche le due aquile reali portate a marzo ed aprile dalla provincia bresciana al Cras Valpredina. Una carta mostra inoltre il ritrovamento in Lombardia dal 2004 al 2023 di 45 grandi rapaci, morti o feriti: il 69% presenta una concentrazione di piombo superiore ai valori ambientali. Questi uccelli, escludendo il caso che siano stati colpiti da bracconieri, si contaminano mangiando prede che contengono pallini di piombo o interiora di animali catturati ed eviscerati dai cacciatori sul posto. In molti casi di individui giovani la presenza di piombo in ossa, sangue, fegato è dovuta a intossicazione cronica ed acuta; ciò significa che sono esemplari nati già contaminati perché le madri hanno mangiato piombo.

«Da proibire»

Bogliani ha ribadito che «non si può fingere di non sapere che è necessario proibire le munizioni con piombo. Le aziende produttrici, dopo una prima resistenza, hanno messo a punto alternative». Ora è possibile usare pallottole in acciaio, bismuto, tungsteno e rame. In alcuni paesi europei come Danimarca, Olanda e Belgio fiammingo, il piombo è già fuori legge. Nella nostra provincia esempi positivi sono il Parco dei Colli e la Riserva Naturale Oasi WWF - SIC / ZSC Valpredina-Misma in cui è già stato vietato il piombo dalle munizioni per la caccia di selezione al cinghiale. A febbraio di quest’anno è entrato in vigore il Regolamento 2021\57 dell’Unione Europea che vieta l’uso e la detenzione dei pallini di piombo per la caccia e il tiro sportivo a meno di 100 metri da tutte le aree umide del continente. «C’è anche la proposta di bandire il piombo per tutte le munizioni e nei pesi da pesca – ha spiegato Andreotti –. Il problema è economico e culturale, le informazioni devono passare al grande pubblico e in primo luogo ai cacciatori, prime vittime, perché sono loro che si nutrono di selvaggina», abitudine alimentare praticata nella provincia bergamasca e bresciana (non dimentichiamo la “polenta e osei”), dove numerosi sono i capanni da caccia: ben 69 comuni registrano una densità compresa tra i 5 e 20 capanni per kmq. «La biodiversità non è un lusso – ha concluso Andreotti – ed egoisticamente la tutela dei rapaci dovrebbe interessare tutti perché questi animali sono sentinelle ambientali».

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