«Parlare di Covid dà fastidio a molti. Stupisce che oggi si fugga dal ricordo»

L’INTERVISTA. Stasi, ex dg dell’ospedale «Papa Giovanni»: «Dopo 6 anni non abbiamo ancora un piano pandemico». Gli aneddoti: «La lettera aperta alla città e mai diffusa, le telefonate di Conte. Bergamo colpita da un cazzotto».

La tempesta invisibile soffiava con tutta la sua devastante potenza. Aveva il suono lacerante delle ambulanze che solcavano la città deserta, o il rumore acuto dei «bip» dei macchinari in reparto, il gorgoglìo delle C-pap nelle rianimazioni. Oggi come sei anni fa, il «Papa Giovanni» di Bergamo ospitava circa 600 pazienti Covid: era il più grande avamposto europeo contro la pandemia, e nessuno, allora, poteva conoscere con certezza cosa sarebbe accaduto anche solo l’indomani, di lì a poche ore. Maria Beatrice Stasi è stata il direttore generale dell’Asst tra il 2019 e il 2023, in quei giorni doveva tenere il timone di un’immensa nave – cui fanno capo anche l’ospedale di San Giovanni Bianco e i servizi territoriali, con migliaia di dipendenti e numeri con pochi pari in Italia – sferzata da quella burrasca globale.

Dottoressa, c’è mai stato un momento in cui pensò: «Adesso non ce la facciamo più»?

«Sì, erano questi stessi giorni del 2020, attorno al 15-16 marzo, poco dopo la morte del nostro operatore Diego Bianco. Custodisco ancora il manoscritto di una lettera aperta destinata alla cittadinanza che non ho mai spedito: stavo denunciando lo stato di grave difficoltà in cui versavamo (400 dipendenti ammalati, dispositivi di protezione quasi nulli). Era il momento più difficile, e peraltro io, il direttore sanitario e il direttore sociosanitario avevamo il Covid e dovevamo lavorare da casa. Proprio allora arrivò la telefonata dal premier Conte».

Cosa vi diceste?

«Non capivo perché l’Italia fosse stata chiusa così tardi e perché non ci fossero mascherine, dispositivi di protezione. Dopo un quarto d’ora molto intenso, il presidente mi chiese cosa servisse. Gli risposi: “Personale, ci serve personale: ho 400 dipendenti a casa malati. E poi dispositivi di protezione, volontari, aiuti”. Da lì, qualcosa si mosse: presto arrivarono medici e infermieri da tutta Italia e anche da fuori, e poi qualche giorno dopo un’altra telefonata di conferma da Conte».

Alla fine, Bergamo ha resistito.

«Grazie a un impegno straordinario da parte di tutti. L’ospedale ha fatto qualcosa di incredibile: bisogna ricordarlo sempre, e forse non è stato dato davvero il giusto tributo a chi era sul campo».

Cosa ricorda di quando sentì parlare per la prima volta di quel coronavirus che si stava diffondendo in Cina?

«Le prime circolari del ministero della Salute e della Regione arrivarono a inizio gennaio, come accade normalmente quando un nuovo virus si presenta da qualche parte nel mondo. La vera consapevolezza si ebbe quando scattò il blocco dei voli per la Cina: ma furono fermati solo quelli diretti, una scelta un po’ discutibile, perché le pandemie non hanno confini. Fu allora che iniziammo ad allertarci».

Sino ai primi casi ufficiali.

«Il primo positivo ci venne notificato il 23 febbraio. Da lì s’innescò un crescendo rapidissimo, sino ad allestire quello che la storia ha consegnato ai posteri: 600 posti letto Covid, 90 ambulanze che aspettavano, l’ospedale da campo in Fiera, la necessità di trasferire chi avevamo curato per far posto ai pazienti più gravi. Avevamo un orizzonte di un giorno per la disponibilità dei dispositivi di protezione individuale. Di aneddoti potrei raccontarne tanti, stupisce invece come oggi si rifugga dal ricordo: è comprensibile per chi cantava dai balconi, meno per chi ne è stato testimone».

Una storia senza precedenti.

«A volte mi sembra d’aver immagazzinato tanto di quel dolore che continua a venir fuori: mentre lo vivevamo, non sapevamo come sarebbe andata a finire. Penso ai bambini che nascevano positivi da madri negative, all’assistenza religiosa fatta dai nostri dipendenti perché anche i frati si erano ammalati... Ma sarebbe utile fare un bilancio, più che un ricordo».

Già: cosa resta oggi, sei anni dopo?

«Il Covid ha colpito duro soprattutto il Nord-Est della Lombardia, e questo ha forse portato una visione edulcorata in altre aree del Paese dove si prendono le decisioni. A distanza di sei anni non abbiamo ancora un piano pandemico nazionale aggiornato, ed è notizia recente che l’Italia non ha aderito all’accordo pandemico globale dell’Oms, in nome di un supposto principio di sovranità: ma i virus non hanno confini. Gli esperti sono certi che ci sarà una nuova pandemia, non si sa però quando. La lezione del Covid deve essere rinforzata: sbrigatevi, errare è umano ma perseverare è diabolico».

La preoccupa questa soppressione della memoria?

«Mi preoccupa il quadro generale. Parlare di Covid dà fastidio a molti: molte persone sono state attaccate e hanno subito anni di polemica, e allora forse è più semplice rimuovere».

La gravità della situazione di Bergamo non era chiara né a Roma né a Milano.

«Bergamo è stata colpita da un cazzotto, ci volevano giorni per far capire le cose. Ricordo le prime call con i direttori lombardi: negli altri ospedali si parlava di qualche caso, da noi erano decine e decine. Era ancora meno chiaro a Roma, e lo dico da cittadina: mentre i lombardi nei decenni precedenti sono andati a curare le ferite di grandi tragedie, dai terremoti alle alluvioni, forse all’inizio il Covid è stato usato come una clava. Noi, da tecnici, siamo rimasti in mezzo a logiche che non ci riguardano e che non hanno certo facilitato il nostro lavoro».

La politica «soffoca» il ruolo dei tecnici?

«Se provo ad analizzare il testo del piano pandemico nazionale ora al vaglio della Conferenza Stato-Regioni, ci sono alcuni passaggi ideologici. Ad esempio, si afferma di superare la concezione dei decreti d’urgenza per stabilire l’isolamento delle persone, preferendo invece gli atti di legge: ma nel frattempo (visto che gli atti di legge hanno tempistiche più lunghe dei decreti d’urgenza, ndr) come si fa a garantire la sicurezza delle persone? Forse, la politica deve dare più retta a chi è sul campo».

Cos’è rimasto, invece, di positivo di quell’esperienza?

«Almeno un paio di elementi su tutti. Già nel 2022 iniziavamo a parlare dell’ottava torre del “Papa Giovanni”, ora è partita la progettazione. Ricordo il colloquio che ebbi con il presidente Fontana, l’idea era di avere più spazio anche per separare meglio i pazienti in caso di epidemie. E poi, c’è il rafforzamento della sanità territoriale».

Uno dei punti centrali del Pnrr post-pandemico.

«Leggo che Bergamo ha l’avanzamento migliore in Lombardia per le Case di comunità, ed è un fatto molto positivo. Al “Papa Giovanni” già in quegli anni abbiamo avuto un’intuizione, lavorando sui muri ma anche sul modello organizzativo: partimmo per primi con gli infermieri di famiglia e comunità e sviluppammo, ancor prima di avere gli edifici, il punto unico d’accesso, la centrale unica 116.117, le centrali operative territoriali. Essere lì, aver visto cosa accadeva in pronto soccorso durante la pandemia, ha fatto la differenza».

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