(Foto di Bedolis)
SCUOLA. Si ricorrerà ad addetti supplenti con contratto a tempo determinato. La Uil: «Mansioni indispensabili per il sistema, servono risposte concrete»
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Stipendi bassi – tra i 1.200 e un massimo di 1.500 euro al mese – a fronte di un costo della vita in continuo aumento e un mercato della casa ormai inaccessibile, contratti a tempo determinato per coprire i buchi delle scuole bergamasche e scarso riconoscimento per un ruolo invece fondamentale per gestire nel migliore dei modi l’ordinaria amministrazione negli istituti. È la vita dell’«esercito» dei precari Ata (gli amministrativi, tecnici e ausiliari), lavoratori con almeno 24 mesi di esperienza maturata e che, però, ogni anno, si devono accontentare di una supplenza.
Con settembre alle porte, la situazione degli Ata – bidelli, segretari, tecnici, guardarobieri, cuochi, addetti alle aziende agrarie, infermieri – assume ancora una volta i contorni dell’emergenza. In provincia, i posti vacanti o disponibili sono 874: 38 funzionari ed elevata qualificazione (ex direttore dei servizi generali e amministrativi), 200 assistenti amministrativi, 555 collaboratori scolastici, 69 assistenti tecnici, 5 addetti alle aziende agrarie, 4 guardarobieri e 3 cuochi. Posti che andranno coperti con le supplenze. Aggiungendo al dato le oltre 4.500 ore residue da coprire – aggregandole in posti interi o assegnandole attraverso spezzoni a più addetti – il quadro si fa «allarmante», sottolinea la Uil Bergamo: «I dati delle disponibilità per le nomine a tempo determinato confermano quanto la gestione amministrativa, contabile, tecnica e la sicurezza e pulizia degli istituti scolastici continui a basarsi in modo strutturale sul lavoro precario».
I numeri più alti riguardano gli assistenti amministrativi e i collaboratori scolastici. Ma emerge anche «con forza la questione drammatica dei cosiddetti “profili minori” (addetti alle aziende agrarie, guardarobieri, cuochi). Da ormai troppi anni – osserva la Uil – questi lavoratori vivono un vero e proprio oblio procedurale: pur a fronte di posti costantemente vacanti sull’organico di diritto, il Ministero continua a congelare le immissioni in ruolo sulla nostra provincia e non si trovano soluzioni a livello locale per stabilizzare dipendenti che da anni vivono una situazione precaria».
La situazione è grave, soprattutto se si considera che si tratta di «figure fondamentali per il funzionamento di convitti, educandati e aziende agrarie connesse agli istituti agrari del territorio, la cui mancata stabilizzazione rappresenta una grave lesione dei diritti dei lavoratori. Cosa accadrebbe alle nostre scuole – si chiede la Uil – se questo personale qualificato decidesse di non accettare più la situazione di precariato e si dedicasse ad altro?». Un segnale positivo c’è: quest’anno per la prima volta dopo anni è stato assunto a tempo indeterminato un infermiere: «Un passo importante, che tuttavia evidenzia quanto ancora resti da fare per garantire la piena copertura e stabilità di tutte le professionalità operanti nella scuola».
L’importanza di queste figure è ricordata da Michele Gaverini, segretario Uil Scuola Bergamo. «Sebbene numericamente inferiore rispetto ai docenti, il personale Ata svolge mansioni indispensabili e spesso poco visibili, che garantiscono ogni giorno il corretto funzionamento delle istituzioni scolastiche». E in questo contesto, le centinaia di posti vacanti «dimostrano come il sistema scolastico locale regga anche grazie all’impegno costante di lavoratori a tempo determinato».
Situazione particolarmente critica quella che riguarda i «Funzionari Eq (ex Dsga): avere 38 scuole prive di un titolare stabile significa mettere a rischio la complessa gestione finanziaria e organizzativa degli istituti, già appesantita dagli adempimenti legati al Pnrr e dal continuo aggravio di compiti e competenze». A preoccupare è anche la «frammentazione dei contratti su spezzoni orari, che produce precarietà economica per i lavoratori e discontinuità nel servizio di vigilanza, pulizia, supporto didattico, tecnico ed educativo nelle scuole». Un modo per invertire il trend ci sarebbe, spiega Gaverini: «Svincolare le assunzioni a tempo indeterminato dai vincoli di bilancio. Servono immissioni in ruolo su tutti i posti vacanti, inclusi i profili minori, e sarebbe opportuna la trasformazione dell’organico di fatto in organico di diritto per garantire continuità di servizio alle scuole bergamasche, oltre a sicurezza e dignità al lavoro del personale Ata».
A questo quadro si affianca la forte preoccupazione della Confederazione Uil per le condizioni socio-economiche dei lavoratori della scuola.
«Parliamo di un numero importante di precari del mondo della scuola che rappresentano l’avamposto e fanno funzionare la macchina scolastica ogni giorno – afferma Pasquale Papaianni, coordinatore confederale Uil Bergamo –. È un vero e proprio crocevia di vite di persone che spesso raggiungono la Bergamasca da altre regioni per tentare di sbarcare il lunario, a fronte di stipendi che possono oscillare dai 1.200 ai 1.500 euro mensili». E, per di più, si trovano «a dover fare i conti con costi abitativi estremamente gravosi: i prezzi si aggirano da un costo per singola camera tra i 350 e i 550 euro mensili, fino a raggiungere per un appartamento anche 700 euro al mese, al netto delle utenze e con la richiesta di caparre e mensilità anticipate». Il sistema abitativo necessita di una «profonda rivisitazione e di una politica che apra all’housing abitativo, traguardando una calmierazione dei prezzi e la promozione dei canoni concordati già in linea con le esigenze del territorio».
In questa direzione, ricorda Papaianni, «vanno anche le iniziative messe in campo dalla Regione, con la partecipazione del Comune di Bergamo e della Camera di Commercio, insieme al contributo delle realtà del territorio, del mondo della Diocesi di Bergamo e della comunità ecclesiale, che stanno svolgendo un ruolo fondamentale nel sostenere le persone e le famiglie in difficoltà. Il diritto a una casa dignitosa e a un prezzo sostenibile – conclude – deve tornare a essere una priorità delle politiche pubbliche».
E per raggiungere questo obiettivo è necessario che «istituzioni, parti sociali e realtà del territorio, compreso il mondo della Chiesa, lavorino insieme per dare risposte concrete».
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