(Foto di Frau)
LA MOSTRA. Nata nel 1991 a Bihac, in Bosnia ed Erzegovina, in una famiglia rom, l’artista lavora con linguaggi diversi.
Lettura 2 min.Bergamo
Da mercoledì 30 settembre fino al 24 gennaio, nello «Spazio zero» della Gamec è in mostra «1000 Tears», prima personale di Selma Selman in Italia. Nata nel 1991 a Bihac, in Bosnia ed Erzegovina, in una famiglia rom, l’artista lavora con linguaggi diversi: «Ma dimenticate la mia identità - dice - e pensate a me come a un’artista. Come artista ho il diritto di usare l’arte nel modo in cui voglio e di cui ho bisogno. Per me l’arte è uno strumento per comunicare con le persone».
Il suo lavoro parte «dall’enorme discriminazione che ancora subiscono i rom in Italia». E l’artista si chiede: «Come posso continuare a parlare delle persone a cui appartengo e, nello stesso tempo, interrogare qualcosa che credo appartenga a tutti noi, cioè il dolore? Come può il dolore trasformarsi in resistenza? E come può questa resistenza trasformarsi in speranza?».
L’inizio di questo lavoro è una foto di famiglia del 1993, durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina, quando Selman ha due anni. Per la mostra, è tornata a cercare le persone ritratte e da quell’immagine sono nati nuovi disegni, che vanno oltre lo scatto: mani che si stringono, proteggono, guidano, o mani che impugnano un kalashnikov. Da generazioni la famiglia dell’artista lavora nel recupero e commercio dei rottami e quel sapere entra nell’arte: cofani e lamiere conservano graffi e ammaccature e diventano superfici pittoriche. Il rottame non nasconde ciò che è stato, e neppure il passato.
Il film «Crossing the blue bridge» nasce da una cicatrice: nel 1994, durante la guerra, l’area di Bihac era stretta nel conflitto. Durante un cessate il fuoco, la madre attraversò con le figlie il ponte di Bihac, ricoperto di cadaveri e carcasse di cani. Con una mano cercava di coprire gli occhi della figlia maggiore, con l’altra reggeva le provviste. Trent’anni dopo l’artista torna sul ponte e ripercorre i passi della madre. Nel film è di spalle, diretta verso qualcosa che non vediamo e da cui sembra insieme fuggire. Il trauma abita ancora lo sguardo.
E poi c’è Omer. Dal 2021 Selman gli scrive e in occasione di questa mostra presenta il libro d’artista «Dear Omer», che raccoglie 140 lettere. Chi sia resta un segreto: «Omer è una persona che esiste e non esiste nello stesso tempo. È un uomo che è il peggiore e il migliore. È un uomo che non è mai qui, ma al quale continuo a scrivere nella speranza che capisca». Scrivere per l’artista è una deliberata scelta di scomodità. Cresciuta parlando romani, poi il bosniaco e altre lingue, racconta di vivere «in un limbo, in una bolla di molte identità». Ma la scomodità, per Selman, sembra essere prima che un risultato, un metodo: «Quando, come artista, ti senti troppo a tuo agio con quello che fai, devi metterti in una posizione scomoda».
E qui si apre il secondo nodo di «1000 Tears», la speranza: si inserisce infatti nel programma «Pedagogia della speranza» della Gamec. Non una speranza che consola, pacifica o addolcisce il dolore. Sperare diventa fare i conti con ciò che è stato e rifiutare che stabilisca ciò che sarà.
© RIPRODUZIONE RISERVATA