Asteria e le canzoni del «condominio» delle emozioni umane

LA NOVITÀ. Studente di psicologia, l’autrice bergamasca ha realizzato il secondo album «Ferite per tutti». «Sono partita da un senso di colpa per arrivare a dire: mai più triste».

Anita Ferrari studia Psicologia in Bicocca, quando fa musica si fa chiamare Asteria come la dea delle stelle cadenti, personaggio della mitologia greca. Ha già due dischi alle spalle compreso l’ultimo «Ferite per tutti», fuori da ieri. È un album intrigante perché parla di relazioni, con gli altri, con sé stessi, in un tempo in cui questo tema dovrebbe essere molto più al centro. Nella stagione dell’isolamento collettivo ben venga un pugno di canzoni che indagano la dimensione relazionale dell’esperienza umana. Voce, parole, tracce sintetiche: il contesto sonico è molto attuale, sorta di «urban da camera», laddove la stanza diventa spazio creativo senza pareti. Non servono del resto se per scrivere ti guardi dentro. «Nonostante sia il secondo disco, l’emozione è forte. Altri contenuti, diverso tipo di racconto. È sempre una parte di me che metto in gioco», spiega la giovane artista bergamasca.

Se dovesse tradurre «Ferite per tutti» in una fotografia come sarebbe?

«Introspettiva, un po’ noir, con alternanza di colori più forti legati a episodi adolescenziali, penso a “Sedici anni” per esempio. Per il resto il racconto è molto interiore. In fondo ho tradotto in canzoni dei momenti particolari: quando ragioni e ti poni delle domande. Ho cercato di parlare delle relazioni umane, di quanto ci influenzino: anche delle relazioni che intessiamo con noi stessi. In questo caso penso a “Pezzi di vetro”, una sorta di diario di quel che ho provato in un certo passaggio della vita».

Si parte da un senso di colpa. Quanto pesano sulle canzoni gli studi che sta affrontando?

«Nel disco l’analisi è prima di tutto artistica, applicata a quello che sento. Ho riflettuto su quelle che sono le relazioni. Dobbiamo lasciare lo spazio all’esistere dell’emotività dell’altro, altrimenti dopo una discussione rimangono solo i sensi di colpa. Se non siamo in grado di accogliere l’altro e comunicare nel migliore dei modi quel che sentiamo, spesso è a causa dei nostri traumi. Tutti abbiamo scheletri da qualche parte. In “Guilty” parlo proprio di questo. Il tema di “Ferite per tutti” è questo: noi lasciamo un segno in base a come ci sentiamo, in base a quello che è la nostra storia».

«Facendo arte è molto importante abituarsi a sentire nel profondo le emozioni e trasferirle in musica senza giudicarle. Le canzoni che scrivo, sebbene possano parlare di emozioni anche negative, prevedono sempre una via d’uscita, una visione positiva»

«Ferite per tutti» esplora un tema che oggi è più forte di un tempo? Sono diventati più complicati i rapporti interpersonali?

«Le società occidentali sono sempre più individualiste. Questa poi è un’epoca di conflitti aperti. Quello che manca è una reale interconnessione tra soggetti. Siamo un ecosistema e a volte non capiamo che anche le cose più piccole influenzano l’altro, e l’altro in certi momenti siamo noi stessi, la famiglia, le persone vicine, anche una persona che sta dall’altra parte del mondo. Nel mio piccolo, con la metafora del “condominio”, descrivo un ecosistema circoscritto, vivibile, controllabile, in cui ci si può immedesimare più facilmente».

Riaffiorano i suoi studi.

«Servono a livello teorico e personale. Oltre ad andare in terapia, mi è servito molto focalizzarmi sull’aspetto del non giudizio. Facendo arte è molto importante abituarsi a sentire nel profondo le emozioni e trasferirle in musica senza giudicarle. Le canzoni che scrivo, sebbene possano parlare di emozioni anche negative, prevedono sempre una via d’uscita, una visione positiva. Mi piace che lascino uno spazio alla luce. Nel disco parto da un senso di colpa per arrivare a dire: mai più triste».

Ha voglia di raccontare il processo creativo che ha seguito?

«È iniziato con la necessità di tornare nel mio “studietto”, rispetto al disco precedente che aveva ogni traccia prodotta da un producer diverso. Stavolta ho sentito la necessità di lavorare nel mio studio, per realizzare qualcosa di completamente mio, sempre affiancata da Alexander, il produttore di fiducia che mi ha affiancato nel progetto. Volevo raccontare cose personali, ho realizzato il doppio delle tracce che sono sul disco, poi ho scelto. La narrazione di “Ferite per tutti” in realtà è arrivata dopo, il disco doveva titolare in altro modo. Le canzoni comunque nascono così: mi metto davanti al computer, o al pianoforte, e scrivo. Ci metto poco a comporre i brani: fanno parte di me da molto prima».

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