«Astro del ciel», da Bergamo nel mondo grazie a Bocelli, Pausini e Zucchero

Canti di Natale. Scritto nel 1937 da un prete di Trescore, oggi è ascoltato ovunque grazie a voci famose. Quella italiana è una versione più lirica e metafisica del canto originale tedesco «Stille Nacht», che ha più di 200 anni.

«Astro del ciel», melodia dolce e sognante che, come ogni anno, stiamo distrattamente cantando e canticchiando un po’ tutti in questi giorni di intime e musicali atmosfere natalizie, è in realtà un brano tanto diffuso nel mondo quanto intrigante per la sua storia. Anzitutto va detto che l’Italia - caso piuttosto strano, per un paese cattolico -, a differenza di Stati Uniti, Germania, Inghilterra, Spagna e altre nazioni sudamericane, non ha un vero e proprio canto natalizio «in lingua»: l’unico che vi si avvicina è «Tu scendi dalle stelle», ma la sua versione originale, la splendida «Quanno nascette Ninno», scritta nel ’700 a Ravello da Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, era in puro napoletano, dunque appropriarcene a livello nazionale non sarebbe corretto.

Successo planetario

Il canto che da noi risuona «Astro del ciel» fu scritto originariamente in tedesco, sotto il titolo «Stille Nacht» (Notte silente) e deve la sua versione italiana, datata 1937, a un bergamasco, il giovane don Angelo Meli da Trescore (1901-1970), destinato a diventare un prelato di grande cultura, e influente, in Diocesi. Il testo tedesco, che è del tutto diverso da quello elaborato (non si tratta affatto di una traduzione) da don Meli, venne steso nel 1818 sulle Alpi austriache. Siamo alla Vigilia di Natale, Joseph Mohr è il giovane parroco della chiesa di Sankt Nikolaus a Oberndorf, villaggio una ventina di chilometri a Nord di Salisburgo, allora al confine tra l’Impero asburgico e il Regno di Prussia.

Mohr due anni prima, nel 1816, quando era assistente parrocchiale a Mariapfarr ha scritto un testo intenso e poetico: quell’anno nevica, il mantice dell’organo della sua chiesa è stato roso dai topi e lui chiede al suo amico Franz Xaver Gruber, maestro elementare, insegnante di musica e organista in parrocchia, di comporre una melodia da suonare per due voci soliste, coro e chitarra, dato che l’organo non si poteva usare. Forse anche questa rottura del grande strumento a canne ha dato alla partitura quel tono solenne sì, ma anche così intimo che ne ha decretato il successo: oggi «Stille Nacht» fa parte del Patrimonio culturale intangibile dell’umanità dell’Unesco; è stata tradotta in più di 300 tra lingue e dialetti, e oggi è conosciuta e apprezzata anche in aree non cristiane.

Nel 1822 già venne eseguita a Salisburgo, davanti a Francesco II d’Asburgo-Lorena, ultimo imperatore dei Romani, e allo zar Alessandro di Russia. Nel 1839 una versione fu intonata dai fratelli Rainer a New York, e di vent’anni dopo è la prima traduzione in inglese, dal titolo «Silent night», opera del sacerdote protestante John Freeman Young, della Trinity Church di Manhattan: in soli vent’anni, insomma, la canzone scritta dal parroco di paese Mohr era già al centro del mondo, in tempi infinitamente meno connessi dei nostri. Pare che durante la «tregua di Natale» del 1914, che fermò per qualche giorno i combattimenti della Prima guerra mondiale, dalle trincee inglesi e tedesche uno dei canti che si levò a unire negli stessi sentimenti le truppe nemiche fosse proprio «Stille Nacht» / «Silent Night».

I grandi interpreti

Molte voci famose l’hanno interpretata in questi due secoli: da Bing Crosby, che pubblicò uno dei singoli più venduti di tutti i tempi, a Elvis Presley, da Nat King Cole a Sinead O’Connor, Mariah Carey. Fu girato anche un breve film d’animazione firmato da Hanna e Barbera. In Italia si ricordano le versioni di Nini Rosso (strumentale), Iva Zanicchi, Orietta Berti, Laura Pausini, Zucchero - che ha riscritto a modo suo il testo -, Il Volo; quella più bella è forse quella di Andrea Bocelli. Tutti a dare fiato alle parole, alate, di don Angelo Meli da Trescore. Ma chi era, esattamente, costui? Se oggi la sua figura è meno nell’ombra lo dobbiamo a un prezioso libro Mario Sigismondi, che ha sottolineato come nel 2001, anno del suo centenario, fesse stato completamente dimenticato: «Una vergogna». Don Meli fu insegnante di greco, ebraico ed esegesi biblica del Seminario di Bergamo, di cui fu anche preside. Appassionato di storia, la sua cultura spaziava dalla letteratura alla filosofia, dalle scienze alla Bibbia. Era socio fra i più attivi dell’Ateneo, curatore dell’Enciclopedia ecclesiastica compilata con il Vescovo Adriano Bernareggi. Nel 1951 fu nominato priore di Santa Maria Maggiore, una delle cariche di maggior prestigio in Diocesi. Fu lui, nel ’69, a scoprire le ossa di Bartolomeo Colleoni nella cappella dell’Amadeo che il condottiero aveva voluto come suo mausoleo.

Fu nella Notte di Natale di 85 anni fa che in alcune chiese di Bergamo si sentì risuonare per la prima volta questa versione di «Astro del ciel» che oggi conoscono anche in California e in Giappone

Meli amava anche la musica: studioso di Simone Mayr, suonava il pianoforte, l’organo e compose diversi brani religiosi. Per la vastità della sua cultura fu scelto da Vittorio Carrara come autore, revisore e traduttore dei testi sacri delle sue edizioni: proprio in quella veste adattò le parole di «Stille Nacht» per il pubblico italiano. La sua versione del canto fu pubblicata per la prima volta nel 1937: fu dunque nella Notte di Natale di 85 anni fa che in alcune chiese di Bergamo si sentì risuonare per la prima volta questo «Astro del ciel» che oggi conoscono anche in California e in Giappone. Il perché di questo successo lo spiegava bene in due parole monsignor Egidio Corbetta, che del Meli era stato allievo in Seminario: «Il testo è molto semplice e al tempo stesso toccante. Per questo è diventato un canto universale. Anche dal punto di vista liturgico, seppe cogliere bene l’atmosfera».

Meli conosceva bene e amava il tedesco, decise però di non realizzare una traduzione letterale, ma di riscrivere su quelle note un testo lirico nuovo: il suo è più breve dell’originale; anche se è espresso in un italiano un po’ arcaico, di cui non è facile per noi oggi cogliere appieno lo slancio interiore e la finezza, comunica con grande immediatezza, insieme alla musica, il senso di una struggente bellezza, di un’inconto che ha qualcosa di soprannaturale. «Andante molto sostenuto» c’è scritto all’inizio dello spartito: ciò significa che «Astro del ciel» non deve essere eseguito (come accade spesso) come una nenia strascinata, è un testo intenso, commosso, capace di evocare in pochi tratti eventi di una vastità universale, la sorpresa di un Dio che si accasa nella povertà e nel calore di gesti familiari.

L’atmosfera sognante

Nel canto austriaco originale si avverte l’atmosfera sognante di un certo romanticismo religioso tedesco. Angelo Meli ne ha fatto un canto nuovo, un testo più teologico, poetico, il cui focus è proprio l’Incarnazione, contemplata da un uomo che, nella Notte Santa, alza gli occhi alla volta celeste. Più che del tepore umano, quasi animale della stalla «sacra» evocata dal testo tedesco di Mohr, quello di Meli prende il via con una vertiginosa visione siderale, paragonando il «pargol divin», quel bambino che di fronte ai pastori rivela in sé una scintilla ultraterrena, a un punto luminoso che da altezze e temperature all’uomo a stento percepibili è disceso all’improvviso sulla Terra, nel corpo virginale di una ragazzina: quel bimbo inerme, quell’«agnellino» è destinato al sacrificio, ma anche a salvare il mondo. È lui - scrive Meli - che le voci profetiche d’Israele, che le voci poetiche dell’umanità antica, da distanze del tempo che a nessuno è consentito attraversare iniziarono a sognare, a immaginare, a vaticinare, senza poter essere compresi. A quel bambino annunciato da voci soprannaturali, eppure percepibili in quella strana notte, luce infusa nella grotta di Betlemme, il testo chiede di offrire all’uomo quel «lumen», quel campo di visibilità che permette alla sua intelligenza di comprendere la realtà, e al tempo stesso di riversare nei cuori il metallo ardente della vera pace, che solo il Salvatore può portare.

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