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Lunedì 02 Febbraio 2026
Giorgio Marchesi: «Il mio Pirandello contemporaneo»
ALTRI PERCORSI. Giorgio Marchesi porta al Teatro Sociale «Il fu Mattia Pascal», dal 5 al 7 febbraio. «È stato un lavoro di scultura, togliere per arrivare all’essenziale. Insieme agli studenti parlerò dei temi affrontati, come l’identità».
Beniamino del pubblico televisivo, dove è stato protagonista di numerose serie ma attore anche di cinema e soprattutto di teatro, l’attore e regista bergamasco Giorgio Marchesi sarà in scena al Teatro Sociale con «Il fu Mattia Pascal» di Luigi Pirandello che viene presentato nell’ambito della Stagione di Altri Percorsi della Fondazione Teatro Donizetti, il 5 e 6 febbraio (matinèe, ore 10.30, e serale, ore 20.30) e nella mattinata del 7 febbraio (ore 10.30) spettacolo del quale ha curato, insieme a Simonetta Solder, anche adattamento e regia.
Le musiche sono scritte ed eseguite dal vivo da Raffaele Toninelli. Il contributo video è di Simone Salvatore, i costumi di Daniele Gelsi, il disegno luci di Luca Palmieri e l’audio di Fabrizio Cioccolini. È una produzione Teatro Ghione. Al termine di ognuna delle cinque repliche, è previsto un incontro con Giorgio Marchesi, coordinato da Maria Grazia Panigada, Direttrice artistica della Stagione di Prosa e Altri Percorsi.
Marchesi da dove viene la tua grande passione per questo testo?
«È un innamoramento nato nel corso del tempo, ho scoperto che era molto meno pesante rispetto a quello che ricordavo dal tempo degli studi liceali. Certo, è un tipo di lettura non facilissima oggi. Soprattutto per il tipo di lingua che utilizza, con dei periodi molto lunghi».
E poi si tratta di un romanzo di Pirandello, non di un testo teatrale.
«Esatto. Avevo già lavorato su altri romanzi, di Calvino per esempio e qui, come dico spesso, è stato un po’ un lavoro di scultura perché da un testo enorme: cominci a togliere, togliere cercando di arrivare all’essenziale e quindi è nata questa passione, che è stata proprio una bella sorpresa».
Hai tolto un po’ di polvere che si era depositata sul testo?
«Più che togliere la polvere - espressione che ho usato anch’io e mi sembrava giusta parlando di un classico, ma come tutti i classici è un’opera che contiene qualcosa di eterno - ho pensato a una messa in scena che fosse molto energica, molto vitale. Non un monologo perché il pericolo, diciamo così, di questo testo è che il protagonista racconta la vicenda dal suo punto di vista, quindi i cattivi sono tutti gli altri mentre lui è la vittima. Rileggendolo invece ho anche capito il suo estremo, grande cinismo. È un uomo molto cinico, uno che non si fa problemi a mettere incinta due donne, per cui viene un po’ da ridere quando poi uno si lamenta perché dipende anche dalle scelte che hai fatto».
Potremmo dire che è un classico ma trattato in modo moderno, nello spettacolo c’è la musica dal vivo, anche musica elettronica, ci sono dei video.
«Esattamente, diciamo che l’idea è stata proprio quella di non legarlo ai primi del ‘900, ma traslarlo. Amo molto quando i classici non vengono ambientati con precisione in un certo tempo. Le musiche vengono suonate in un modo straordinario da un bravissimo contrabbassista con il quale abbiamo lavorato molto per trovare le giuste atmosfere. Una musica che segue emotivamente il personaggio e che è fondamentale proprio per il tipo di racconto che abbiamo fatto».
Sei anche regista dello spettacolo insieme a Simonetta Solder. Come hai lavorato da questo punto di vista, quella sottrazione di cui parlavi c’è anche dal punto di vista della messa in scena?
«Il lavoro di adattamento è stato quello di cui dicevamo prima. Per quanto riguarda la regia, la scelta era proprio quella di fare immaginare al pubblico il teatro che a me piace far vedere, che è il frutto anche delle tante cose che ho visto negli anni e che ho utilizzato quasi inconsciamente».
Il classico spettacolo che ameresti vedere da spettatore.
«Sì, esatto, uno spettacolo semplice che arriva a tutti e quindi proprio per questo motivo ho mantenuto le parole di Pirandello, ma le ho un po’ semplificate proprio perché arrivasse a tutti. L’altra cosa è il tipo di messa in scena: l’approccio è quello di uno che parla direttamente col pubblico. Infatti mi sono ispirato un po’ all’avanspettacolo americano degli anni Sessanta nel quale c’era sempre di base un autoironia di sottofondo: uno che si diverte a raccontare questa storia. Poi quando mi sono reso conto che dall’interno non potevo averne il controllo reale, ho chiesto a Simonetta di intervenire e ha fatto un lavoro importantissimo nel correggere alcune cose. Dopo tanti anni di repliche di questo spettacolo è stata lei a non farci uscire dalle rotaie. Ci ha aiutati a mantenere il divertimento che c’è nello spettacolo, ma anche a non slabbrarlo, ad asciugare i tempi, a tenere il giusto ritmo».
Infatti è uno spettacolo che funziona molto bene, anche con i ragazzi delle scuole.
«Ultimamente non ne facevo più, però quando Maria Grazia Panigada mi ha detto che a Bergamo stavano facendo un lavoro molto importante con le scuole, allora ha acquistato tutto un altro senso. Poi incontrerò anche i ragazzi, ma cercherò di far parlare loro invece che intervenire io. Questo perché i temi affrontati sono molto sentiti alla loro età: quello di formarsi una propria identità per esempio».
A proposito della tua carriera stai per interpretare la figura del commissario Buonvino, nato dalla penna di Walter Veltroni, come è stato interpretare questo personaggio dopo che dalla stampa sei sempre stato considerato un «eroe romantico»?
«È stato un ruolo molto impegnativo, sono state settimane di riprese molto belle, ma molto dure. Però il personaggio mi è piaciuto da subito, forse perché ha anche qualche cosa di mio, questa idea magari un po’ “retrò” della passione per il cinema, certe letture. Non è un uomo vanitoso, è un po’ malinconico però ironico. Tutte caratteristiche che mi sono piaciute molto. Ha qualcosa che ho sentito immediatamente vicino».
Sei rimasto legatissimo a Bergamo, ma sei per la prima volta ospite di una stagione teatrale istituzionale nella tua città.
«È una grandissima gioia, quando l’anno scorso mi hanno detto che a febbraio ci sarebbe stata la possibilità di portare a Bergamo “Il fu Mattia Pascal” è stato anche il motivo per riportarlo in tournée quest’anno. È una gioia enorme anche perché ho abitato per due anni a fianco del Teatro Sociale quando ancora non era stato restaurato. Tornare lì è come chiudere un cerchio. E poi qui ho tanti amici ed è una bellissima occasione per incontrare il pubblico bergamasco».
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