La città che cambia nelle foto di Guidi: gli scatti in mostra ad Astino
Guido Guidi, Cologno Monzese, 1991: nella mostra «Cinque Viaggi 1990-1998» a cura di Corrado Benigni

La città che cambia nelle foto di Guidi: gli scatti in mostra ad Astino

Prosegue fino al 30 settembre ad Astino la mostra dedicata all’opera di Guido Guidi, tra i maestri viventi della fotografia italiana e europea, «Cinque Viaggi 1990-1998» a cura di Corrado Benigni.

L’esposizione - promossa da Fondazione Mia - propone 60 fotografie realizzate da Guido Guidi negli anni Novanta . La sequenza unisce, per la prima volta, immagini nate nell’ambito di due importanti progetti pubblici di documentazione – Archivio dello spazio e Milano senza confini – e altre fotografie, sino ad oggi mai esposte né pubblicate, che Guidi ha selezionato dai negativi dell’epoca. Un’occasione imperdibile di rilettura di una fase di lavoro centrale nella biografia artistica del fotografo. Dopo le antologie sulle ricerche condotte a partire dagli anni Settanta in Sardegna, Emilia-Romagna e Veneto, Guidi ripercorre ora la geografia lombarda, un centro economico di eccellenza oggetto di profonde trasformazioni economiche e sociali . Raccoglie tracce del passato e del presente, racconta la mutevolezza della nostra realtà nel tempo, come la trasformazione di città e paesaggi attraverso l’intervento umano.

Scrive Corrado Benigni nel testo del catalogo : «Guidi rappresenta Milano e i suoi dintorni cercando un’attenzione diversa alle forme della città, che non fa più affidamento sul potere evocativo dei nomi delle strade, delle piazze, delle architetture, come se questi fossero di per sé risolutivi, come se bastasse nominare un luogo per evocarne e rappresentarne i caratteri, l’essenza, lo spirito. Cerca piuttosto di lavorare con uno sguardo che presuppone i nomi e dunque la storia della città, descrivendone le forme in una percezione più individuale: come la consistenza della luce, la densità dei colori e della materia, la concentrazione e rarefazione della traiettoria, il fluidificarsi o congelarsi delle linee di movimento. E soprattutto un’essenziale relazione con gli oggetti… In questi “viaggi” non c’è l’uomo, ma tutto è impregnato del suo corpo, del suo respiro, dei suoi sguardi. E in tutto questo, preponderante e dominante è il fascino della solitudine e dell’incanto del silenzio e dell’immobilità».

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