La grafologa forense al Circolino: «Scarabocchiare fogli dà forma alle emozioni»
L’INCONTRO. Claudia Leidi Pandini presenta il 28 ottobre il suo nuovo libro «Scarabocchio ergo sum». «La mano ha bisogno di fare qualcosa mentre la mente è occupata, sotto pressione o semplicemente distratta. Il gesto scarica la tensione e aiuta a restare presenti quando l’attenzione calerebbe».
Lettura 3 min.Claudia Leidi Pandini è grafologa impegnata su più fronti: come grafologa forense, è chiamata a verificare autenticità o paternità di firme, testamenti, documenti contestati, manomessi e anonimie. Aiuta, poi, aziende e professionisti a riconoscere falsificazioni e frodi documentali. Conduce analisi della scrittura per far emergere tratti della personalità, del carattere, predisposizioni e peculiarità che identificano la persona.
È impegnata, infine, nella formazione: in scuole e asili accompagna gli studenti a maturare la propria scrittura, e aiuta i docenti a decrittare quanto rivelato, a livello di difficoltà e problemi, dalla grafia degli allievi. Al di là, però, di questo genere di expertise, il suo ultimo libro si occupa dei tratti di penna che stendiamo, più o meno consciamente, mentre siamo intenti a tutt’altro: «Scarabocchio ergo sum», torna, dieci anni dopo, per gli stessi tipi di Bolis, su tema già trattato in «Occhio allo scarabocchio» (2016), di cui costituisce però versione largamente riveduta ed ampliata (340 pp. contro le 108 del precedente). Lo presenterà mercoledì 28 ottobre, alle 18.30, alla Sala civica del Circolino (vicolo Sant’Agata 19), per la rassegna «Lib(e)ri di sognare e pensare», in dialogo con Francesca Beni, vicepresidente della Cooperativa Città alta, che promuove la manifestazione.
Dottoressa Leidi, come definirebbe, scientificamente, lo scarabocchio?
«È un segno grafico spontaneo, tracciato mentre l’attenzione è rivolta altrove, senza intento di comunicare né di rappresentare. Dal punto di vista grafologico è prezioso perché mostra il gesto della persona prima che si adatti alle regole della scrittura».
Come ha fatto ad accumulare il materiale?
«Dieci anni fa ho pubblicato “Occhio allo scarabocchio”, frutto di anni di lavoro e da allora non ho mai smesso di guardare i fogli che gli altri buttano via. “Scarabocchio ergo sum” è il punto di arrivo di oltre vent’anni da grafologa: un libro più ricco e più strutturato del primo, con una parte tutta nuova dedicata ai bambini».
Perché facciamo scarabocchi?
«Perché la mano ha bisogno di fare qualcosa mentre la mente è occupata, in attesa, sotto pressione o semplicemente distratta. Il gesto ha tre funzioni insieme: scarica la tensione del corpo con un movimento ritmico, aiuta a restare presenti quando l’attenzione calerebbe e dà forma, senza parole, a ciò che stiamo provando».
Che differenze strutturali ci sono fra lo scarabocchiare di un bambino e quello di un adulto? Si interpretano secondo ermeneutiche differenti?
«Sì, e la differenza è di fondo. Nel bambino lo scarabocchio è una tappa di crescita. Prima è puro movimento, il piacere del gesto e la scoperta che la mano può lasciare una traccia. Poi arriva il controllo e infine il segno prende un nome e diventa pensiero. Quindi, davanti a un bambino, la prima domanda è a che punto dello sviluppo si trova e solo dopo cosa prova. Nell’adulto il gesto è già padroneggiato e lo scarabocchio nasce mentre la mente è impegnata altrove. Per questo i criteri di lettura sono diversi».
È vero che anche Leonardo faceva scarabocchi?
«Sì, e aveva perfino un nome per questo gesto: componimento inculto, lo schizzo rapido da cui l’idea prende forma. Alcuni suoi segni ai margini, scambiati per scarabocchi, erano studi veri, come quelli sull’attrito. La mano a volte pensa prima di noi, ed è lo stesso meccanismo del nostro scarabocchio quotidiano, più libero e inconsapevole».
Lo scarabocchio, come rivelazione della psiche, dell’emotività, se non dell’inconscio, è fratello dei sogni, dei lapsus?
«Sì, appartengono alla stessa famiglia. Sono i momenti in cui il controllo si allenta e qualcosa di noi affiora senza permesso. Lo scarabocchio ha però una caratteristica preziosa: il sogno si racconta dopo, il lapsus svanisce con la parola, lo scarabocchio resta sul foglio».
A livello fisico, ha qualcosa a che fare con le attività motorie ripetitive che riducono l’ansia, migliorano l’umore, ecc.?
«Sì, e lo vediamo anche nella vita quotidiana. Il gesto ripetitivo e ritmico, come fare maglia, colorare o appunto scarabocchiare, occupa la mano e lascia andare la mente; questo aiuta ad abbassare la tensione. Mentre la mano traccia cerchi, linee o griglie, l’attenzione si sposta dalla preoccupazione al movimento e il respiro e il ritmo cardiaco tendono a rallentare. Esistono studi che hanno osservato una riduzione del cortisolo, l’ormone dello stress...».
Cosa scarichiamo negli scarabocchi? Che autoconsolazione cerchiamo?
«Scarichiamo soprattutto tensione, quella del corpo che deve stare fermo e quella della mente che deve stare attenta. Spesso scarichiamo anche la noia, l’imbarazzo, l’attesa; per questo lo scarabocchio ha qualcosa di liberatorio, è uno dei pochi segni che nessuno valuta: non deve essere bello, né corretto, né leggibile e non ha un voto».
Perché qualcuno disegna cerchi, qualcuno spirali, qualcuno triangoli, qualcuno macchinine...?
«Perché la mano asseconda ciò che la persona sta vivendo in quel momento. Le forme morbide, come spirali e macchie, accompagnano spesso il bisogno di lasciar scorrere le emozioni. Angoli, triangoli e griglie tornano quando si cerca ordine e controllo. Chi decora cerca armonia, chi riempie gli spazi vuole completare, chiudere qualcosa. Ogni forma indica una tendenza, e prende significato solo se la leggo insieme alla pressione, alla velocità, allo spazio occupato e alla persona che ho davanti. Per questo la stessa persona può cambiare scarabocchio da un giorno all’altro, seguendo l’umore e la situazione».
Lei è anche, o soprattutto, grafologa forense. Che incidenza ha il suo ruolo nell’esito di un processo?
«Su temi come firme e testamenti contestati il Giudice non ha le competenze per valutare da solo; quindi, la mia relazione pesa molto e spesso orienta la decisione. Porto elementi oggettivi e verificabili, con un metodo che le parti e i loro consulenti possono controllare. Per questo una perizia ben motivata può incidere in modo determinante sull’andamento della causa».
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