«Racconto chi siamo con tre vite eccezionali»
L’INTERVISTA. Luca Argentero sarà alla ChorusLife Arena lunedì 11 maggio con lo spettacolo «È questa la vita che sognavo da bambino?».
«È questa la vita che sognavo da bambino?» Ognuno di noi se lo è chiesto almeno una volta e Luca Argentero ha provato a dare una risposta con l’omonimo spettacolo - per la regia di Edoardo Leo - che arriverà alla ChorusLife Arena lunedì 11 maggio alle 21.
Argentero racconterà le vicende di tre uomini che hanno lasciato un segno nella storia del nostro Paese: Luisin Malabrocca, Walter Bonatti e Alberto Tomba, tre modi diversi e originali di intendere la vita e l’esperienza sportiva. Malabrocca fu l’inventore della maglia nera, colui che nell’Italia del dopoguerra scelse di arrivare ultimo più volte al Giro d’Italia per accaparrarsi premi di consolazione consistenti in generi alimentari; Walter Bonatti arrivò sul K2 per essere vicino a Dio e per sentirsi uomo; Alberto Tomba seppe affrontare ogni gara sciistica con leggerezza e divertimento, diventando il simbolo della spensieratezza degli anni Ottanta.
«La storia di ognuno di loro racconta in modo originale qualcosa che fa parte di me – riflette Argentero - È il motivo stesso per cui ho scelto queste tre storie: non semplicemente per raccontare tre vite straordinarie, ma utilizzandole per parlare un po’ di me».
Cosa rappresenta il racconto nella sua vita e cosa significa portarlo a teatro?
«Se mi trovo su un palco a raccontare queste storie è esclusivamente merito di Edoardo Leo: le raccontavo a lui davanti a una bottiglia di vino senza alcuna intenzione di farlo davanti a un pubblico. È lui che ha avuto l’idea di condensarle in uno spettacolo e di mettermi su un palco e non lo ringrazierò mai abbastanza. Mi sono fidato ciecamente del suo intuito e la sfida è stata vinta, considerando da quanto tempo portiamo in giro lo spettacolo. Il racconto è diventato per me più importante da quando sono diventato papà: ho riscoperto l’importanza di raccontare storie ai bambini, affascinandoli con la parola. Per quanto riguarda il mio mestiere, non avevo una grande tradizione teatrale, essendo più legato al cinema, che è sempre una forma di racconto ma con una meccanica completamente diversa. L’emozione del teatro è unica: il momento in cui lo spettacolo sta per iniziare - il sipario è chiuso e si avverte il brusio delle persone in attesa - dona un’emozione irripetibile altrove».
«Mi sono fidato ciecamente del suo intuito e la sfida è stata vinta, considerando da quanto tempo portiamo in giro lo spettacolo»
Ha dei ricordi personali legati a questi tre sportivi di cui racconterà le storie?
«Sicuramente con Alberto Tomba, che è diventato negli anni un amico, con cui ho diviso spesso la tavola a cena. Bonatti era molto presente a casa nostra: vengo da una famiglia di alpinisti di Courmayeur, perciò Bonatti era una presenza abbastanza usuale per noi».
«La morale della sua storia è che per vincere non si deve necessariamente arrivare primi: si può vincere in tanti modi, anche arrivando ultimi. L’importante è capire il sistema e guidarlo a proprio favore»
Forse la figura più intrigante è quella di Malabrocca, che ha dato un valore e un senso all’arrivare ultimo. Pensa che abbia ancora qualcosa da insegnare al nostro mondo ipercompetitivo?
«Direi di più: Malabrocca aveva capito l’importanza di osservare il contesto in cui si opera e si vive, per poi trarne il massimo vantaggio. La morale della sua storia è che per vincere non si deve necessariamente arrivare primi: si può vincere in tanti modi, anche arrivando ultimi. L’importante è capire il sistema e guidarlo a proprio favore».
È un concetto difficile da accettare nella nostra società...
«L’obiettivo di Malabrocca era quello di mettere del cibo in tavola, perché a quel tempo c’erano delle reali esigenze. Non dovendo più ragionare in quei termini, oggi siamo più portati a prediligere l’apparenza rispetto alla sostanza e la vittoria è diventata più importante di tutto il resto».
Durante lo spettacolo si soffermerà sui vari periodi storici in cui questi atleti hanno vissuto, tre fasi completamente diverse della storia italiana...
«È un modo per raccontare chi siamo e da dove veniamo. Durante lo spettacolo tento di dare una risposta alla domanda del titolo e lo faccio anche ripercorrendo la mia storia personale e familiare: da dove arriviamo contribuisce a definire chi siamo».
«Il mio pubblico è trasversale, complice anche la popolarità televisiva. Può succedere che persone che non mettevano piede in teatro da tanto tempo decidano di farlo perché attirate dal nome televisivo, per poi scoprire che questo luogo può ancora riservare belle sorprese»
Lei accennava alla domanda che fa da titolo allo spettacolo. In realtà non sempre i nostri sogni di bambini si avverano, ma questo non è necessariamente un male. È d’accordo?
«Io ne sono la testimonianza più cristallina! Da bambino sognavo di fare il tennista, ma sono felice di non averlo fatto, perché sarei stato un tennista mediocre».
I giovani vengono a vederla a teatro?
«Il mio pubblico è trasversale, complice anche la popolarità televisiva. Può succedere che persone che non mettevano piede in teatro da tanto tempo decidano di farlo perché attirate dal nome televisivo, per poi scoprire che questo luogo può ancora riservare belle sorprese».
È da poco terminata la prima stagione della serie «Avvocato Ligas», in cui interpreta un avvocato brillante e carismatico, ma con una vita privata molto tormentata. Come si è sentito nei suoi panni?
«Mi sono sentito libero. Mi piacerebbe ogni tanto vivere un po’ “alla Ligas”, ma ho una vita più equilibrata della sua. Interpretarlo è stato in un certo senso liberatorio. Nel nostro mestiere è bello allontanarci da noi stessi e in questo caso mai un personaggio è stato più distante da me, ma raramente mi sono divertito così tanto nel farlo».
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