Vita e cinema nel mistero di «Dead Star»: il primo film del regista bergamasco Milesi approda su Prime Video

LA NOVITÀ. È approdato su Prime Video il primo film del regista bergamasco David Milesi, scritto insieme a Diandra Elettra Moscogiuri. La storia prende le mosse da una produzione cinematografica mescolando realtà e finzione.

Si intitola «Dead Star» il primo lungometraggio del regista bergamasco David Milesi, scritto insieme a Diandra Elettra Moscogiuri, pugliese d’origine e orobica d’adozione. Il film è prodotto da Demodami Studios, realtà indipendente con sede a Ranica, e post-prodotto in collaborazione con BSE Studios, altra società con base a Bergamo. Un progetto autoprodotto, dalla genesi lunga e complessa, ma che oggi raggiunge una nuova e decisiva visibilità: dopo l’anteprima nazionale al Caorle Independent Film Festival, «Dead Star» prosegue il proprio percorso con la distribuzione firmata Dna Distribution e con il lancio del trailer ufficiale.

Il film, forte dei riconoscimenti ottenuti all’estero, ad esempio allo Stockholm City Film Festival o al New Jersey Film Awards, dal 12 dicembre è disponibile su Prime Video, incluso per gli abbonati. Racconta Moscogiuri, attrice protagonista e produttrice del lungometraggio (65’), oltre che autrice di romanzi: «Sono salentina ma mi sono trasferita a Bergamo perché in questa città ho potuto realizzare i miei sogni. Io e David ci siamo conosciuti nel 2016 lavorando su produzioni destinate ad Amazon Prime Video: io come attrice, lui come aiuto regista. Ma volevamo esprimerci di più, scrivere qualcosa di nostro. Così abbiamo iniziato a sperimentare, prima con i video su YouTube, poi con il nostro primo film, ispirandoci a Hitchcock, Woody Allen e alla letteratura russa». La lavorazione di «Dead Star», però, è stata tutt’altro che lineare. Spiega Milesi: «Trattandosi di una produzione indipendente, già di per sé era una sfida continua. Abbiamo iniziato a girare nel 2018, ma con l’arrivo del Covid tutto si è fermato. Successivamente la guerra in Russia ci ha costretti a riscrivere alcune scene, perché nel cast c’era un’attrice russa. È stato un work in progress».

Le riprese, concluse nel 2022, alternano sequenze che illustrano la bellezza antica del Salento e l’avanguardia dell’Art Mall di Milano. Dopo la fase di post-produzione, il film sta ora circuitando e in primavera sono previste proiezioni evento in sale selezionate, comprese speciali proiezioni in 3D, anche in Lombardia. Non è tutto. Nel cast figura l’attore sudcoreano-bergamasco Yoon C. Joyce, molto apprezzato a livello internazionale e già diretto da registi come Martin Scorsese e Ridley Scott. Accanto a lui Margherita Scotti, allieva dell’Accademia Goldoni di Venezia, che può vantare esperienze attoriali di rilievo come il «Rigoletto» diretto da Mario Martone al Teatro alla Scala di Milano.

Ma di cosa parla «Dead Star»? Al centro della vicenda ci sono l’eclettico cineasta Claudio Nervi e la disillusa produttrice Lucia Neve, impegnati nella disperata ricerca di un’attrice che possa salvare il loro film alla deriva. Al provino si presenta Stella, interpretata da Moscogiuri, che rivela come la sceneggiatura le ricordi una storia che conosce fin troppo bene: la storia della propria morte. Da qui si apre un varco narrativo, un cortocircuito tra realtà e finzione: la morta è viva o la viva è morta? E cosa significa davvero «morire»? Stella narra di essere tornata in Puglia dopo la scomparsa del padre, parla del rapporto irrisolto con la madre e dell’incontro con l’ex fidanzato, Tommaso, intrappolato in un matrimonio infelice. Frammenti di vita che si ricompongono in un disegno più ampio, fino a dare forma a un piano diabolico, in un gioco di «personaggi in cerca d’autore» in cui non è difficile intravedere tracce autobiografiche.

La protagonista scivola dall’ordinario allo straordinario: da donna ferita a star del crimine, mente machiavellica che pianifica ogni dettaglio. «Dead Star» si configura allora come un viaggio introspettivo e ambiguo, intessuto di scelte estreme e sfide al limite. Un film che, in ultima analisi, riflette sul senso stesso del fare cinema e sulla necessità di riuscirci a ogni costo. Anche quando il prezzo da pagare sembra essere il più alto possibile.

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