Cent’anni di weekend libero: «Ora serve la settimana corta»

LAVORO. Nel 1926 in tutte le fabbriche americane di automobili Ford si passò a cinque giorni da otto ore. «In Bergamasca straordinari elevati, ma i giovani chiedono più conciliazione con i tempi di vita».

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Bergamo

Cent’anni fa nasceva il fine settimana moderno. Correva l’anno 1926 quando Henry Ford - l’imprenditore americano che ebbe l’intuizione di trasformare le automobili in un bene di largo consumo - introdusse la settimana lavorativa di cinque giorni da otto ore. La sperimentazione, iniziata nello stabilimento di Detroit, era stata poi estesa a tutte le fabbriche Ford.

Non fu solo una conquista sociale: la catena di montaggio aveva moltiplicato la produttività ma stremato gli operai, con l’assenteismo al 10%. Portare a due giorni il riposo settimanale serviva a rigenerare la forza lavoro, ma anche a stimolare i consumi, grazie alla maggiore disponibilità di tempo libero. «Il valore industriale del tempo libero come stimolo al consumo di beni, e quindi alla crescita degli affari, è ampiamente dimostrato», scriveva Ford un secolo fa.

Le sfide di oggi

Quella innovazione diventò legge negli Stati Uniti nel 1938 e, dopo la Seconda Guerra Mondiale, anche nei vari Paesi europei. Un secolo dopo, però, l’architettura delle 40 ore settimanali appare sotto pressione, tra il miraggio dei quattro giorni e la sfida dell’intelligenza artificiale. Paesi come Belgio, Polonia e Portogallo hanno regolato per legge la settimana lavorativa compressa dal lunedì al giovedì, mentre la Grecia ha aperto al sesto giorno di lavoro e a giornate che possono arrivare fino a 13 ore.

«Il bilanciamento tra tempi di vita e tempi di lavoro si conferma lo snodo centrale delle relazioni industriali di un futuro non troppo lontano»

In Italia la settimana corta resta confinata a esperimenti in realtà bancarie o industriali ad alta produttività, mentre in comparti quali il turismo, il commercio e i servizi alla persona, il lavoro è strutturalmente articolato su sette giorni, senza sabato e domenica consacrati al riposo. Qualcosa è cambiato dopo la Direttiva Ue sulla conciliazione vita-lavoro del 2019, recepita dall’Italia nel 2022: molti Stati europei hanno modificato la legislazione nazionale prevedendo esplicitamente tutele sul lavoro flessibile. In questo scenario si innesta l’impatto della digitalizzazione e dell’intelligenza artificiale: se da un lato l’automazione promette di liberare tempo, dall’altro impone di ridisegnare la struttura del lavoro.

«Non solo questione di ore»

«La tecnologia ci ha fornito un supporto rilevante nel recupero della produttività - osserva Luca Nieri, segretario provinciale della Cisl di Bergamo -. Tuttavia, la misurazione dell’orario del futuro non potrà limitarsi al semplice calcolo delle ore svolte: diventerà fondamentale garantire spazi all’aggiornamento e alla riqualificazione delle competenze. Vi è poi un tema di salute e sicurezza: orari lunghi generano stress e infortuni, mentre il riposo consente di recuperare le energie psicofisiche».

«Rigidità datoriale»

Nelle fabbriche, la distanza tra l’ipotesi della settimana corta e la realtà resta marcata. «Gli unici avanzamenti reali - osserva Andrea Agazzi, che siede nella segreteria della Cgil di Bergamo - si registrano sui turni, come il modello 6x6 (sei ore quotidiane per sei giorni lavorati, ndr), mentre persiste una forte rigidità datoriale verso una riduzione lineare dell’orario». Agazzi evidenzia il paradosso di un tessuto produttivo in cui «il ricorso agli straordinari rimane elevato». Eppure le aspettative dei lavoratori cambiano, soprattutto tra i giovani. «I ragazzi vivono il lavoro diversamente: le maggiorazioni per i turni disagiati non bastano più. E le aziende devono tenerne conto se vogliono attrarre nuova forza lavoro».

«Sostiene i consumi»

Una visione condivisa da Pasquale Papaianni, coordinatore della Uil di Bergamo, che sottolinea il valore anche economico del tempo libero. «Studi condotti dove è stata adottata la settimana di quattro giorni dimostrano che la riduzione dell’orario di lavoro, a parità di salario, sostiene i consumi e l’economia locale, portando a un aumento del Pil». «Inevitabilmente con l’innovazione tecnologica e l’intelligenza artificiale dovremo fare i conti a breve. C’è chi vorrebbe adottare metodi di semplificazione che mettono paura: l’urgenza, invece, è governare l’innovazione tecnologica, trasformando la semplificazione dei processi in redistribuzione dell’orario, anziché in tagli occupazionali».

Tra il rischio che il fine settimana libero diventi un privilegio per pochi e l’avvento delle nuove tecnologie, il bilanciamento tra tempi di vita e tempi di lavoro si conferma lo snodo centrale delle relazioni industriali di un futuro non troppo lontano.

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