(Foto di Agazzi)
LA TENDENZA. I dati della ricerca Cgil: più di un’anziana su cinque (il 21,9%) ne è titolare, dieci volte più degli uomini.
Lettura 3 min.Sono assegni «leggeri», il frutto di carriere lavorative discontinue e frammentate. Ma è anche l’indicatore di una fragilità che accompagna l’età più delicata e che lascia parecchie incognite sulla quotidianità. Soprattutto, è l’ennesima fotografia di una forte differenza di genere: in Bergamasca le «pensioni integrate al minimo» – le «minime», per semplicità – sono 33.600, e nel 93% dei casi sono erogate a donne. Lo Spi Cgil Bergamo ha esplorato il fenomeno attraverso una ricerca realizzata dal centro studi Across Concept sulla base di dati Inps e Istat.
Da un’altra prospettiva, incassa la «minima» il 12,9% degli anziani bergamaschi: è la terza incidenza più elevata in Lombardia, dopo Sondrio (14,8%) e Lecco (13%), ed è l’indizio di «una diffusione non trascurabile di carriere contributive deboli o discontinue, tali da richiedere un’integrazione per il raggiungimento della soglia minima». Ma, appunto, la situazione è ancora più critica se ci si concentra solo sulle pensioni «rosa», perché più di un’anziana su cinque (il 21,9%) in Bergamasca è titolare di una pensione integrata al minimo. Dieci volte più degli uomini, che si fermano al 2,1%.
«È il riflesso di dinamiche lavorative di lungo periodo – rileva Giacomo Pessina, segretario generale dello Spi Cgil Bergamo – e di una società in cui la storica divisione dei ruoli ha prodotto questa grave distanza tra i generi». Al netto del tourbillon di modifiche normative, cioè del passaggio dal retributivo al contributivo e del progressivo innalzamento dell’età, il peso del cedolino è sostanzialmente la diretta conseguenza di quanto si è lavorato, guadagnato e versato. Lo raccontano altri numeri, quelli che permettono di allargare lo sguardo all’intera platea dei pensionati: in Bergamasca in media l’assegno pensionistico di un uomo è pari a 29.749 euro annui lordi e le donne si fermano invece a 15.253 euro, ricevendo cioè 14.496 euro in meno. Praticamente la metà.
La ricerca della Cgil ha indagato anche un altro aspetto, intrecciato attorno ad alcuni meccanismi fiscali. L’aggiornamento annuale dell’importo delle pensioni è determinato da un mix tra le scelte della legge di bilancio e la «perequazione», ossia l’adeguamento automatico all’inflazione.
Questi aumenti, relativi all’importo lordo, devono fare però i conti con la tassazione. I calcoli dell’Ufficio studi nazionale della Cgil e dello Spi hanno dimostrato come una parte di questi incrementi sia di fatto erosa dalla tassazione, creando ulteriori disparità: nelle «minime» l’imposizione fiscale è pressoché assente e quindi gli aumenti vengono goduti in maniera piena; nelle pensioni basse la tassazione è presente e si «mangia» parte delle maggiorazioni. E così, in particolari circostanze, le «minime» hanno superato gli importi delle pensioni di chi ha lavorato (e versato) per più anni.
«Le pensioni assistenziali e le pensioni previdenziali integrate al minimo con maggiorazioni sociali – entra nel dettaglio il documento – seguono la rivalutazione e beneficiano degli incrementi specifici introdotti dalle ultime leggi di bilancio, mantenendo integralmente l’aumento in termini netti, grazie alla totale esenzione dall’Irpef e dalle addizionali regionali e comunali». Dall’altro lato, «le pensioni previdenziali di poco superiori alla soglia della no tax area, ferma a 8.500 euro annui, subiscono un effetto opposto: gli incrementi derivanti dalla perequazione vengono in larga parte assorbiti dall’Irpef e dalle addizionali, producendo aumenti netti molto più contenuti». Il risultato, spiega appunto la Cgil, è che «in alcuni casi chi percepisce una pensione assistenziale o una pensione molto bassa integrata al minimo può ricevere un importo netto più alto rispetto a chi ha una pensione leggermente superiore costruita con anni di lavoro, ma su cui si pagano le imposte. Il punto centrale del problema sta nello squilibrio tra due soglie: da una parte la “no tax area” per i pensionati, ferma a 8.500 euro annui; dall’altra gli importi delle prestazioni assistenziali e integrate, che arrivano a quasi 10.000 euro l’anno senza essere tassati».
A fronte di queste evidenze, Pessina auspica «delle norme più eque sulla tassazione delle pensioni. Vale in generale, perché i redditi da pensione producono oltre il 40% del gettito Irpef, analogamente al 40% del reddito da lavoro dipendente: c’è uno squilibrio sulla tassazione delle persone fisiche. Ma la richiesta vale anche nello specifico delle pensioni più basse: si è generata una disparità perché gli incrementi delle pensioni minime sono di fatto esentasse, mentre quelli delle pensioni basse non lo sono. Vorremmo che tutti i redditi bassi, e non solo una tipologia, fossero esentati dall’imposizione fiscale, in modo che l’indicizzazione degli assegni sia reale e non produca svantaggi per una categoria». Come si può fare? «Si potrebbe utilizzare una parte del gettito derivante dal recupero dell’evasione contributiva – propone il segretario generale dello Spi Cgil Bergamo – per correggere queste distorsioni».
Occorre però ragionare anche in prospettiva futura, tutelando i lavoratori di oggi che saranno i pensionati di domani. «Negli anni l’occupazione femminile è cresciuta anche in Bergamasca, questo dovrebbe garantire uno scenario migliore per le lavoratrici – conclude Pessina -, anche se le differenze di reddito attuali rimangono significative».
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