(Foto di Ansa)
MONDO. Ieri l’81a Assemblea generale delle Nazioni Unite, all’inizio dei lavori in un certo senso distratta dalle sparate di Donald Trump, ha subito l’invasione di un elemento che non sempre frequenta certe aule: la realtà.
Lettura 2 min.La brutale realtà della guerra come raccontata da due presidenti che la conoscono bene: l’iraniano Masoud Pezeshkian e l’ucraino Volodymyr Zelensky. Sia chiaro fin da subito che i due personaggi e le due situazioni non sono paragonabili, per una serie infinita di ragioni. Ma lo sono le 120 bambine della scuola di Minab sterminate nelle prime ore dell’attacco americano e i civili ucraini che morivano sotto le bombe russe anche mentre Zelensky parlava all’Onu, le une e gli altri ugualmente innocenti. È, appunto, la realtà ineluttabile della guerra, quella che la politica politicata riesce a nascondere spesso ma mai per sempre.
Da qui in avanti le analogie terminano. Pezeshkian, anche se presidente da soli due anni e anche se quella dell’Iran a un passo dalla bomba atomica è una favola che viene raccontata da 35 anni, è comunque il rappresentante (è stato in precedenza vice-presidente del Parlamento e ministro) di un regime ferocemente repressivo all’interno e per lunghi anni impegnato a fomentare disordini e terrorismo all’esterno. Zelensky, qualunque analisi si possa fare del conflitto e delle sue cause, non è nulla di tutto questo. E infatti l’approccio all’Assemblea dei due presidenti è stato molto diverso.
L’iraniano ha attaccato frontalmente gli Stati Uniti per presentarli, insieme con Israele, come una potenza impegnata a spargere il terrore solo in virtù dei propri interessi e grazie allo straordinario apparato militare di cui dispone. Una specie di mega-Stato canaglia di cui nessuno può fidarsi e dalle cui brame nessuno è al riparo. Oltre ad atteggiarsi a nazione vittima di un’aggressione immotivata, quindi, l’Iran ha provato a proporsi come Paese esempio, se non leader, di quel Sud globale che dagli Usa può avere solo violenza e sfruttamento. Una strategia vecchia, se vogliamo, ma che Trump sembra voler a tutti i costi rivitalizzare, dal Venezuela alla Palestina (a proposito: perché negare il visto alla delegazione palestinese e concederlo a quella iraniana?).
Più sottile e sfumato, come ci si poteva aspettare, l’intervento del sempre abile Zelensky, che l’ha condotto su due piani. Da un lato l’appello ai maggiori Paesi affinché si impegnino di più (anzi, sempre di più) per fermare il «paziente zero», la felicissima immagine con cui Putin è stato descritto come l’untore mondiale della guerra. Fermare lui, con l’aiuto militare e con le sanzioni economiche, per togliere fiato alla sua industria bellica, bloccare il contagio e riportare la pace sulla scena globale.
Dall’altro, l’immagine di un’Ucraina aggredita da un Paese tanto più potente però capace non solo di resistere ma anche di sviluppare un’efficace industria della difesa, tale da concretizzare lo slogan «pace attraverso la protezione». Il concetto, rivolto soprattutto ai Paesi medio-piccoli, era chiaro: mentre la Russia semina una distruzione che un giorno potrebbe toccare anche voi in Africa, in Asia Centrale o in Europa, noi siamo in grado di aiutarvi a non subire la nostra stessa sorte, a proteggervi, a rendere sempre meno probabile l’ipotesi di un’aggressione.
È curioso che, insieme al dramma dei morti innocenti, Pezeshkian e Zelensky siano così accomunati anche dall’orgoglio per la resistenza a un nemico in partenza considerato soverchiante.
Mentre Iran e Ucraina occupavano la scena Onu, dietro le quinte la politica si riprendeva i soliti spazi. Dmitriev, l’inviato speciale di Putin per i rapporti con gli Usa, è a New York per incontrare i «colleghi» Witkoff e Kushner, fidi messaggeri di Trump. E il segretario di Stato Usa Rubio, proprio nel giorno di Zelensky, ha trovato modo di invitare Putin al G20 in dicembre in Florida. Grazie, ci penseremo, hanno risposto, educati ma freddi, dal Cremlino. Piccoli segnali ma sufficienti per capire che Washington e Mosca ancora si parlano. Che cosa si dicano, poi…
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