Amatrice dopo 10 anni, le promesse non bastano

ITALIA. Dieci anni dopo Amatrice la parola più pericolosa è memoria. Non perché ricordare sia inutile, ma perché in Italia il ricordo rischia di diventare un alibi: una corona di fiori, una dichiarazione solenne e poi si torna a Roma, lasciando chi è rimasto a fare i conti con le case che non ci sono, i paesi ancora in rovina, gli abitanti ancora nei prefabbricati e i giovani che se ne sono andati.

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Il Cardinale Matteo Zuppi, che ha celebrato la Messa in ricordo delle vittime, ha detto la cosa più semplice e più dura: «Non sono senza conseguenze il tempo perduto e le risposte non date». Il presidente Sergio Mattarella ha chiesto che il risanamento venga ultimato «nel più breve tempo possibile». Hanno ragione entrambi. Ma proprio per questo bisogna aggiungere ciò che nelle cerimonie si dice meno volentieri: non si può aspettare il decennale per scoprire che la ricostruzione deve accelerare. È un dovere di ogni giorno.

Il Vescovo di Rieti, Vito Piccinonna, descrive uno scarto che vale più di molti rapporti: da una parte i cantieri realizzati, avviati o finanziati; dall’altra la vita concreta delle persone, che misura soprattutto ciò che manca. E ciò che manca pesa più di ciò che compare nelle statistiche. C’è una parola, nelle sue dichiarazioni, che dovrebbe inquietare la politica: stasi. E subito dopo un’altra: rassegnazione. Il rischio è quello di fare la fine del Belice. Nel 1968 si promisero case, sviluppo, rinascita. Tredici anni dopo l’allora presidente Pertini ricordava che c’erano ancora terremotati nelle baracche.

Quelle baracche sono sopravvissute per decenni; in alcune aree del Belice i villaggi «temporanei» hanno lasciato persino nel 2025 strutture in amianto ancora da bonificare. Il provvisorio, in Italia, ha una prodigiosa capacità di diventare definitivo. Amatrice non è il Belice, e sarebbe ingiusto fingere che in dieci anni non si sia fatto nulla. Molto è stato finanziato, aperto, ricostruito. Ma la politica si giudica da ciò che manca alla fine, non da ciò che si annuncia all’inizio. E oggi la responsabilità maggiore ricade inevitabilmente sul governo in carica. Giorgia Meloni guida Palazzo Chigi dal 22 ottobre 2022 e il 4 settembre il suo esecutivo diventerà il più longevo della storia repubblicana. Quasi quattro dei dieci anni trascorsi dal sisma portano dunque la firma politica di questo governo. Non tutta la colpa dei ritardi è sua: sarebbe propaganda attribuirle i sei anni precedenti. Ma dopo quasi quattro anni non basta più spiegare che prima tutto procedeva lentamente. Chi governa così a lungo eredita i problemi e, insieme, il dovere di risolverli.

La storia italiana recente dei terremoti offre tre sentenze. Nel Belice le baracche durarono quarant’anni e la ricostruzione è rimasta per decenni una ferita aperta, sinonimo di trascuratezza, inerzia, noncuranza. In Irpinia, venticinque anni dopo il terremoto del 1980, risultavano ancora oltre tremila prefabbricati utilizzati. In Friuli accadde il contrario

La ricostruzione non è soltanto cemento. Lo ha ricordato Zuppi: è comunità, fiducia,relazioni. Se un anziano muore in una sistemazione provvisoria senza essere tornato nella sua casa, se una famiglia si trasferisce altrove, se un negozio non riapre e una scuola perde bambini, anche una casa ricostruita rischia di diventare un guscio vuoto.

La storia italiana recente dei terremoti offre tre sentenze. Nel Belice le baracche durarono quarant’anni e la ricostruzione è rimasta per decenni una ferita aperta, sinonimo di trascuratezza, inerzia, noncuranza. In Irpinia, venticinque anni dopo il terremoto del 1980, risultavano ancora oltre tremila prefabbricati utilizzati. In Friuli accadde il contrario: Governo, Regione e Comuni ebbero poteri e responsabilità chiare, si passò dalle tende ai prefabbricati e poi alle case, facendo della ricostruzione un modello nazionale: prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese. La differenza non la fecero le parole «resilienza» e «rinascita», che allora quasi non si usavano. La fecero l’organizzazione, le decisioni, i tempi, l’efficienza politica e amministrativa, la mentalità del rimboccarsi le maniche. È questa la sola celebrazione che Amatrice aspetta davvero.

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