Atmosfere di guerra, servono soluzioni

MONDO. In un celebre pezzo dei Rolling Stones di fine anni ’60 del secolo scorso, Jagger e compagni cantavano «la tempesta sta arrivando e la guerra è a un solo colpo di pistola».

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Il contesto politico allora era la guerra in Vietnam, ma il messaggio più generale era che la pace era diventata un concetto fragile e la violenza un’ombra pronta a colpire in ogni momento. Se riportiamo quell’atmosfera ai giorni nostri, le somiglianze sono inquietanti: in Polonia da alcuni mesi le case vanno costruite obbligatoriamente con un bunker, mentre il governo ha investito 4 miliardi di euro per costruzione e ammodernamento dei rifugi già esistenti.

Paesi Baltici e Romania hanno adottato strategie di militarizzazione senza precedenti del fianco Est della Nato. I tre Paesi nordici hanno stabilito aree di libera circolazione militare per le truppe dell’Alleanza atlantica, Berlino ha dispiegato un presidio militare permanente con oltre 100 carri armati Leopard in Lituania, a 30 km dalla Bielorussia. Il governo di Bucarest sta espandendo rapidamente la base Nato di Mihail-Kogalniceanu per farla diventare il principale centro logistico di monitoraggio del Mar Nero e per il dispiegamento rapido di caccia e droni a lungo raggio.

In Germania, con una svolta epocale, tra il 2023 e il 2024 sono state rese note la «Strategia di Sicurezza Nazionale» e la «Strategia per l’Industria della Difesa» per trasformare il Paese nella massima potenza militare convenzionale in Europa entro la fine di questo decennio. A Berlino non si fa mistero che queste misure vengono prese contro la Russia, intesa come «maggiore minaccia alla pace nell’area euroatlantica», ma a ben vedere i provvedimenti varati assumono i contorni di un’operazione di salvataggio industriale senza precedenti. Con il settore automobilistico in caduta libera a causa della concorrenza cinese e della crisi energetica, la Germania sta trasformando la difesa nel nuovo volano per la crescita.

L’incontro tra Merz e Macron

A contribuire al senso d’urgenza verso il riarmo che si avverte prepotentemente in Europa, il 16-17 luglio il cancelliere Merz e il presidente francese Macron si sono incontrati – non casualmente – al Castello di Augustusburg, lo stesso luogo dove nel settembre del 1962 Adenauer e De Gaulle gettarono le fondamenta del pilastro franco-tedesco in Europa. A tutti è parso evidente il tentativo di rilanciare il «motore a due dell’Europa», ma – più concretamente – la parte cruciale dell’incontro è avvenuta la sera prima nella base aerea di Norvenick, vicino a Colonia, dove hanno discusso di difesa missilistica, produzione di droni e cooperazione nucleare.

Francia e Germania hanno voluto dare un preciso segnale di rilancio dell’industria bellica comune dopo il fallimento del progetto del «Caccia Europeo Congiunto» (FCAS) cercando una nuova dinamica nel rapporto bilaterale. Sullo sfondo, peraltro, sono rimasti i due «macigni» che ostacolano al momento il salto di qualità desiderato tra i due Paesi: Berlino intende costruire un proprio esercito e una capacità bellica dietro la quale si dovrebbero schierare gli altri Paesi, mentre lo scudo nucleare francese è tecnicamente lontano dal divenire quello europeo e manca ancora una condivisione reale del potere decisionale.

La coalizione anti missili balistici

Poco celebrata dai media, ma reale tentativo di preparare una difesa efficace da attacchi russi dall’aria, è la «Coalizione Anti Missili Balistici», un’alleanza internazionale presentata a Parigi due settimane fa, di cui fanno parte 10 Paesi europei (incluse Italia e Ucraina ) che s’impegnano a integrare Kiev nelle strutture di difesa europee e soprattutto a creare un’architettura di difesa missilistica integrata per proteggere l’Europa dalle crescenti minacce (Russia–Iran) di missili balistici a lungo raggio.

Se non sono, queste, manifestazioni di un timore diffuso a livello di leadership europee su quel che ci può succedere, poco ci manca. I governanti europei con queste iniziative politico-militari (pur necessarie in prospettiva per l’emancipazione militare europea) sembrano intendere implicitamente che «la fanteria seguirà», come disse tragicamente Napoleone a Waterloo. La fanteria, cioè i giovani continentali e forse anche russi, fortunatamente però non portano con sé la stessa «hybris» che animava le generazioni di ragazzi di inizio ’900 che vedevano nella guerra la «sola igiene del mondo», come la chiamavano i futuristi italiani.

Non si riscontrano particolari intenzioni belliciste volte ad aggressioni militari di altre nazioni persino nelle organizzazioni giovanili della destra europea più interessate alla sicurezza interna e alla protezione dell’identità nazionale. Il pericolo viene dunque dall’Orso russo che ogni giorno mostra la sua aggressività in Ucraina e con attacchi ibridi in Europa. Ma da qui a scatenare un conflitto continentale proprio quando Mosca subisce ingenti perdite di uomini (più di un milione in 4 anni) e soffre gli attacchi dei droni ucraini alle proprie raffinerie e infrastrutture, appare come un azzardo strategicamente poco sostenibile. Forse più che i Rolling Stones, per garantirci un futuro meno turbolento dovremmo ascoltare il celebre brano dei Beatles dal titolo «Possiamo trovare una soluzione» («We can work it out»).

*Ex ambasciatore d’Italia in Polonia e nella Repubblica Ceca

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