Bocciature della Corte, ma Trump ha altre vie

MONDO. Tra gli infiniti e accesissimi dibattiti che Donald Trump suscita con la sua azione, politica e non, ce n’è uno che investe con particolare forza gli Usa e i loro assetti istituzionali. Ci riferiamo alle decisioni che la Corte Suprema (nove membri a maggioranza conservatrice, dei quali tre nominati da questo presidente) deve prendere quasi a raffica di fronte alle continue accelerazioni trumpiane.

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L’ultima è quella con cui ha respinto l’idea di abolire lo ius soli (chi nasce in territorio americano è cittadino americano), parte della stretta anti immigrazione tanto invocata da Trump. Prima ancora, la stessa Corte aveva sentenziato sul voto per posta (Trump voleva che i voti arrivati dopo l’Election day non venissero conteggiati: respinto), sul «caso E. Jean Carroll» (aveva accusato Trump di abusi sessuali e ottenuto una condanna e un risarcimento di 5 milioni di dollari: respinto il ricorso di Trump) e sulla vicenda di Lisa Cook, governatrice della Federal Reserve che Trump voleva licenziare perché accusata di presunte frodi sui mutui: richiesta respinta.

Una Caporetto per il presidente? Per noi europei sì. Ma agli occhi degli americani le cose sono più sfumate. La Corte, infatti, ha dato torto a Trump sulla Federal Reserve non per proteggere Cook ma per difendere l’indipendenza dell’istituzione, mentre ha ampliato i suoi poteri nel decidere la sorte degli alti funzionari di altre importanti agenzie governative. E gli ha dato ragione sul divieto per le atlete transgender di gareggiare nelle squadre femminili di scuole e università, classica battaglia di bandiera del trumpismo. Per riassumere: è la stessa Corte Suprema che ha bocciato la politica dei dazi varata dalla Casa Bianca ma che nel 2024 ha stabilito che i presidenti godono di immunità assoluta per gli atti ufficiali legati ai loro poteri costituzionali, ampliando così in modo enorme la libertà d’azione del presidente.

Non è escluso, quindi, che Trump sfrutti le sentenze della Corte Suprema per presentarsi, come ha già fatto in passato, come il presidente al quale viene impedito di governare

Tutto questo per dire che Trump, all’interno degli Stati Uniti, continua nella sua battaglia di sempre, che consiste nell’allargare il più possibile i suoi poteri: rischiando, come si vede, sconfitte clamorose ma intanto spostando qua e là gli equilibri istituzionali dove gli riesce, per cercare poi di ripartire lancia in resta con il voto del Congresso e tentare nuove forzature. E qui si arriva a quello che ormai pare l’appuntamento decisivo di questa presidenza: il voto di metà mandato (Midterm) di novembre, quando verranno rinnovati tutti i seggi della Camera dei rappresentanti, un terzo di quelli del Senato e la maggior parte delle cariche esecutive dei singoli Stati, a partire dai governatori. In poche parole, quando Trump potrebbe perdere la maggioranza alla Camera, al Senato o in entrambi e diventare così una «anatra zoppa», un presidente dimezzato, costretto a governare per decreto.

In questo momento il consenso per Trump valica appena il 30%, una miseria. Pesa il fallimento con l’Iran, che ha spinto l’inflazione e con essa i prezzi. Ma al voto mancano ancora quasi cinque mesi e se il vice presidente JD Vance riuscirà a farlo ragionare, per allora la questione sarà chiusa. Non è escluso, quindi, che Trump sfrutti le sentenze della Corte Suprema per presentarsi, come ha già fatto in passato, come il presidente al quale viene impedito di governare. Può servire a galvanizzare la base, Maga o no, approfittando del vuoto che ancora affligge i democratici a livello nazionale. Se si votasse domani difficilmente basterebbe a fargli risalire la china. Ma a novembre? Da qui ad allora aspettiamoci molte sorprese. E molte altre sentenze della Corte Suprema.

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