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ITALIA. Mentre nel nostro Paese si vive l’ultimo anno della legislatura, si può dire che il valore del periodo trascorso risieda in alcuni importanti elementi.
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Mentre nel nostro Paese si vive l’ultimo anno della legislatura, si può dire che il valore del periodo trascorso risieda in alcuni importanti elementi: 1) una maggioranza politica uscita vincitrice dalle elezioni; 2) aver governato con riconosciuta real politik sia nel controllo dei conti pubblici sia a livello internazionale; 3) aver raccolto il testimone del Pnrr lasciato dai due Governi precedenti di diverso orientamento politico. Tutto ciò ha dato finora all’Italia una stabilità complessiva anche di fronte a drammatiche crisi internazionali e soprattutto rispetto a un’Europa nella quale Regno Unito e Francia hanno sostituito i primi ministri al ritmo dell’Italia di un tempo, e la Germania è entrata in una situazione di stallo economico e di debolezza politica dopo più di un decennio di crescita e di stabilità. Non sembra poco, anzi è molto. Certo, le opposizioni, al di là del dissentire sulla linea politica, sostengono che questa stabilità, pur offrendo al governo un margine di azione raro nella storia politica italiana, poteva anche tradursi in cambiamenti più incisivi verso alcuni settori più sofferenti (tema coperture a parte). L’esecutivo la cui premier si appresta a settembre a superare il record di Berlusconi del 2001-2005 ha, invece, preferito procedere con sostanziale prudenza. D’altronde, l’unica dichiarata «grande riforma», quella della giustizia, sottoposta a referendum confermativo, non ha ottenuto il consenso della maggioranza degli italiani.
Ecco allora che, al di là delle appartenenze politiche, e prossimi a nuove elezioni, viene da chiedersi: perché è così difficile cambiare nel nostro Paese?
Ecco allora che, al di là delle appartenenze politiche, e prossimi a nuove elezioni, viene da chiedersi: perché è così difficile cambiare nel nostro Paese? Perché le differenti parti politiche alla prova dei fatti governano più «aggiustando» che riformando, spesso di riflesso agli eventi esterni? Una possibile chiave di lettura a questa domanda trae ispirazione dalle parole di don Lorenzo Milani nel libro Lettera a una professoressa (1967): «Non c’è ingiustizia più grande che fare parti uguali tra disuguali». L’esegesi del pensiero di don Milani, anche contestualizzata nel periodo storico di riferimento, è che in una società marcata da profonde disuguaglianze non si può trattare tutti allo stesso modo. Si potrebbe farlo una volta sconfitte le condizioni di svantaggio economico, culturale o sociale esistenti. E nella realtà dell’epoca, il trattare tutti allo stesso modo portava ad amplificare le ingiustizie.
Una possibile chiave di lettura a questa domanda trae ispirazione dalle parole di don Lorenzo Milani nel libro Lettera a una professoressa (1967): «Non c’è ingiustizia più grande che fare parti uguali tra disuguali»
La frase di don Milani può essere interpretata anche in chiave attuale proprio per spiegare la difficoltà di ogni governo di introdurre cambiamenti radicali. Il motivo è che essi richiedono un quadro comune che impatta su soggetti molto diversi (parti disuguali). È vero, ad esempio, che i salari medi in Italia sono in declino in termini reali e comunque viaggiano sotto la pur modesta crescita economica degli ultimi anni. Ma non è vero per tutti: vi sono categorie che hanno recuperato tutto, inflazione e crescita del Pil. Come fa allora in un quadro del genere un sindacato nazionale a difendere contemporaneamente i dipendenti pubblici, quelli delle società pubbliche, i bancari e gli assicurativi, le varie industrie e i servizi? Quello che può fare è ragionare sui massimi sistemi o per singoli settori. Ne consegue che, chi ha potere negoziale (spesso da leggersi come interdittivo), trae beneficio a scapito di altri. Il risultato è, per dirla come don Milani, parti ancora più disuguali di prima. Non stupisce che un recente studio della Cgil riporti come il 70% dei dipendenti nel settore del turismo guadagni meno di 15mila euro annui. E non stupisce che nel 2025 il valore medio delle pensioni riconosciute ai nuovi pensionati sia stato inferiore a quello del 2024. E siamo solo all’inizio, perché si fa sentire il passaggio al contributivo, carriere più discontinue, e declino dei contributi figurativi di cui si è fatto largo uso in passato. E ancora, come si fa a proporre una riforma fiscale quando dipendenti e pensionati sono una cosa, professionisti con regime forfettario un’altra e un’altra ancora le rendite finanziarie? Un tempo l’Italia era un Paese corporativo, oggi è una miscellanea di interessi parcellizzati e ogni tentativo di introdurre un cambiamento forte è contrastato da tutti quelli che da queste disuguaglianze traggono beneficio.
Un bel rompicapo per chi si cimenta nel governo del nostro Paese. Alla fine, la soluzione, senza buttare la palla in tribuna distraendo tutti su qualche altro tema, è galleggiare, il che vuol dire, però, essere su una cresta dove da una parte c’è la crescita e dall’altra il declino. E quest’ultimo non sempre è lento.
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