Campo largo le primarie, un empasse pericoloso

ITALIA. Un vicolo ceco da cui sarebbe per lui assai problematico uscire senza lasciare sul campo credibilità e coesione.

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L’ossessione della sinistra per la democrazia procedurale (primarie si/primarie no, primarie riservate agli iscritti dei partiti del centrosinistra o aperte a tutti, con ballottaggio o no?) rischia di trasformarsi nel suo più clamoroso autogol. Il «campo largo» si è infilato da solo in un vicolo ceco da cui sarebbe per lui assai problematico uscire senza lasciare sul campo credibilità e coesione. Dopo averle invocate a gran voce come lo strumento supremo di legittimazione popolare, sarebbe un boomerang politico bocciarle. La coalizione non può dire «abbiamo scherzato» ed eliminarle. Perderebbe la faccia di fronte al proprio elettorato. Pur tuttavia, la prospettiva di celebrarle fa tremare i polsi ai vertici dei partiti. Non è un caso che una figura di peso del Pd come l’ex ministro Roberto Speranza abbia espresso ad alta voce il timore, fino a poco fa doverosamente taciuto, che consultazioni referendarie siano portatrici di gravi, irreparabili danni elettorali.

Smontare la narrazione

Per comprendere la gravità dell’impasse, occorre smontare la narrazione mitologica sulle primarie italiane, mettendo a nudo tre precise verità storiche. Prima: la loro funzione originaria, non di scelta, ma semplicemente di legittimazione. Fin dai tempi della fondazione dell’Unione con Romano Prodi, le primarie di coalizione non sono mai servite a selezionare un nome tra opzioni concorrenti, bensì a ratificare e legittimare plebiscitariamente una candidatura unica, già ampiamente definita e blindata nelle segrete stanze dei politici che contano.

La seconda: l’originario perimetro esclusivamente di partito delle primarie. In Italia si sono sempre svolte all’interno di una singola forza politica. Sono servite a decidere la leadership interna - si pensi alla sfida Bonaccini/Schlein per la segreteria del Partito democratico - e non a dirimere una contesa tra sigle concorrenti all’interno di un’alleanza.

La terza: il rischio di una spaccatura identitaria tra Pd e M5S. Una gara aperta e frontale tra i leader di due partiti strutturalmente diversi come Elly Schlein e Giuseppe Conte aprirebbe ferite probabilmente insanabili. Non farebbe che esacerbare le differenze ideologiche e identitarie dei loro due partiti, rendendo assai difficile il giorno dopo una solidale collaborazione: come si può pensare che l’elettorato grillino accetti di votare turandosi il naso il candidato dem (e viceversa) dopo averlo combattuto fino al giorno prima?

I rischi

L’incapacità di gestire questo nodo ha spinto il dibattito politico verso una proposta al limite del surreale, come quella di presentare alle primarie «candidati civetta» o figuranti — un diciottenne di primo pelo a un pensionato partigiano — destinati ad esser liquidati all’apertura delle urne. Un’ipotesi irricevibile che, se messa in pratica, suonerebbe come un’esplicita dichiarazione di resa: ossia, un’ammissione pubblica che il campo largo non possiede una classe dirigente ed è impossibilitato ad esprimere una leadership credibile da proporre al Paese.

La trappola si è richiusa. Senza un candidato unico condiviso e senza il coraggio di una sintesi politica alta, la democrazia dal basso si trasforma nell’ennesimo teatro di scontro di una coalizione che continua a pensarsi unita solo per sommatoria numerica e mai per visione strategica. La sfida tra i leader dei due partiti maggiori della coalizione, invece di preparare la vittoria elettorale del «campo largo», finirebbe così con il chiudersi assai probabilmente con due sconfitti: uno alle primarie e uno - in seguito - alle politiche.

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