Campo largo, ma Conte guarda oltre

ITALIA. Se la politica italiana fosse un teatro di vaudeville, Giuseppe Conte sarebbe senza dubbio il primattore che ruba la scena cambiando costume tra un sipario e l’altro, senza mai perdere la piega del pantalone e l’immancabile pochette.

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L’uomo che ha elevato la celebre massima di Groucho Marx («Questi sono i miei principi, se non vi piacciono, ne ho degli altri») a sua norma di vita, sta mettendo in scena il suo ennesimo capolavoro di spregiudicatezza tattica.

Bisogna dire che ha al proposito un curriculum inappuntabile. È stato premier con la destra anti-clandestini di Matteo Salvini (il famoso ministero giallo-verde) per passare poi, senza colpo ferire, alla guida del governo giallo-rosso con la sinistra di Nicola Zingaretti, fautrice questa del contrario, ossia dell’integrazione degli immigrati.

Il ricatto a Schlein

Approfittando ora del fatto che il Pd non ha altri forni cui rivolgersi, Conte non si fa scrupoli a ricattarlo. Risultato? Il «campo largo» resta un cantiere aperto dove il Nazareno si è consegnato (almeno sino ad ora) mani e piedi ai capricci, ai depistaggi e ai ben camuffati - chiamiamoli col loro nome - ricatti a danno del suo irrinunciabile promesso socio. Osservare l’«avvocato del popolo» all’opera contro Elly Schlein è una lezione magistrale di guerriglia psicologica.

Quando deve mettere i bastoni tra le ruote alla segretaria nella corsa per la leadership dell’alleanza, Conte rispolvera il repertorio del suo magistero di politico senza (o, se si vuole, con troppi) principi. Un giorno invoca le primarie più aperte e selvagge possibili, magari via web, dove le truppe cammellate digitali e le invasioni di campo sono prassi comuni. Il giorno dopo esige regole pensate al millimetro per moltiplicare i concorrenti e smagrire così i numeri di Schlein.

Da ultimo, si dichiara contrario alle primarie che lui aveva proposto, solo perché i sondaggi danno Schlein, con un Pd ricompattato dietro il suo nome, vincente.

Il camaleontismo di Conte

Un camaleontismo spettacolare che viene di volta in volta nobilitato sotto le insegne della «democrazia partecipativa», della «democrazia pacifista» o della purissima «coerenza etica». Quanto al programma, lo usa come arma di distrazione di massa perfetta. Fissa paletti invalicabili, dal bando totale alle spese militari al no senza se e senza ma alle armi all’Ucraina, sapendo perfettamente che sono mine antiuomo piazzate sotto i piedi di Elly.

Ultimo sgambetto: giovedì, al Parlamento europeo ha votato con la destra filoputiniana di Vannacci contro la risoluzione che denunciava gli attacchi russi all’Ue nel Mar Nero. Alla faccia dell’atlantismo antiputiniano del Pd. Il messaggio sotterraneo inviato all’elettorato è chirurgico: Schlein viene dipinta come un’egoista arroccata sulla propria candidatura, una leader debole, impacciata, politicamente destinata a schiantarsi contro il muro d’acciaio di Giorgia Meloni. E allora - conclude la narrativa contiana - perché mai i 5 Stelle dovrebbero rassegnarsi a fare da junior partner a una segretaria che sta guidando il proprio partito verso un disastro elettorale?

In un Parlamento «balcanizzato» dopo le elezioni l’ex premier tornerebbe a essere il perno indispensabile di qualsiasi equilibrio possibile

In questa narrazione si intravedono, chiarissime, le tracce del miglior repertorio del suggeritore Marco Travaglio: instillare il dubbio che il campo largo sia un’illusione tossica e che sia molto meglio tenersi le mani libere. Il leader maximo dei 5S è già pronto al gran salto: rompere tutto a un passo dalle urne, addossare la colpa del fallimento all’intransigenza dem e guadagnare la palma d’oro di unico politico duro, puro e coerente sulla piazza.

Una manovra del genere, se riuscisse, azzopperebbe il campo largo, lasciando Schlein con un pugno di mosche. La scommessa contiana regge su un calcolo tremendamente spregiudicato: la convinzione che nessuno a questo punto otterrebbe la maggioranza. In un Parlamento balcanizzato l’ex premier nuoterebbe come un pesce nel suo acquario ideale: tornerebbe a essere il perno indispensabile di qualsiasi equilibrio. Poco importa se il prezzo sarebbe di riconsegnare l’Italia alla destra. L’avvocato non esternerà mai questo piano. Lo tiene coperto dalla retorica del bene comune. Ma la realtà parla chiaro: l’uomo è pronto a tutto, e il bello - o il brutto - deve ancora venire.

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