Campo largo, non basta una foto in trattoria

ITALIA. Tutto va bene se si è in acque tranquille e si può litigare su problemi minori, ma le guerre sotto casa obbligano a posizioni complicate.

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Con foto in trattoria, un pezzo di campo largo ha annunciato che finalmente vuole occuparsi di un programma comune per le elezioni. Con calma, senza includere nel selfie le componenti riformiste e facendo capire chi conta: i gemelli diversi di Avs e i due irriducibili rivali per Palazzo Chigi. Non proprio quattro amici al bar. Si immaginano già spartizioni di ministeri, ipoteche sul Quirinale e tanto altro, ma non c’è per ora un progetto, una motivazione forte, anche emotiva, quella che muove testa e pancia degli elettori, e precede la scrittura materiale di un programma.

Le questioni chiave

Sfugge probabilmente a questa leadership l’importanza dirimente di alcune prese di posizione e si illudono di poter giocare ancora una volta con le parole. Divisi su tutto, sono chiamati per dignità politica a spiegare agli elettori cosa vogliono su questioni chiave: Europa, Ucraina, Difesa, Palestina, Israele, energia, mercato. Ciascuna di esse è decisiva.

Se non si sceglie, è facile scrivere contenuti, Prodi si presentò con 276 pagine. Usando una lingua duttile come l’italiano si può fare qualsiasi acrobazia per accontentare un po’ tutti. Maestri in materia erano i Dc dorotei, ma Walter Veltroni è celebre per i suoi «ma anche», perché si trattava già allora di dire e non dire. Oppure si fa come Di Maio e Salvini nel Conte 1: si elencano cose come in una letterina di Natale, sommando i desideri.

Tutto va bene se si è in acque tranquille e si può litigare su problemi minori, in genere di intonazione populista: una spruzzata di giustizialismo, moralismo sulla retribuzione dei parlamentari, regali chiamati ristrutturazioni edilizie, dispute sui massimi sistemi. Ma se, come in questi tempi, ci sono guerre in corso sotto casa, se il principale alleato Usa butta all’aria la rassicurante triade Nato-Europa-Occidente, e si comporta come un autocrate africano, finisce la comodità al traino altrui, e – accidenti – bisogna prendere posizione su cose complicate.

Il centrodestra

Lo stesso vale per il centrodestra, intendiamoci, perché anche qui la crisi del bipolarismo, ormai degenerato in bipopulismo (cioè la gara ad essere opposti, all’interno della stessa coalizione), dovrebbe costringere a chiarire le cose, tanto più oggi con lo spauracchio Vannacci (in attesa che nasca un Vannacci di sinistra: Floris sta fabbricando un Di Battista alla bisogna). Far convivere all’interno dello stesso schieramento filorussi e filoucraini, tifare contro o per l’Europa, far finta di volere la patrimoniale o di tagliare le tasse, ignorare l’esistenza di un problema difesa o segnalarlo con preoccupazione, perché una guerra ibrida è già in corso, non sono questioni di poco conto, conciliabili fabbricando aggettivi e buttando lì slogan come la scelta tra burro e cannoni (vero Conte?).

È politicamente disonesto far finta che tutto questo non esista, e anche mettere in piedi una legge elettorale per puntellare un sistema politico inventato 40 anni fa da Berlusconi (ma anche da Prodi) oggi inadeguato alla complessità della politica estera ed economica, è far torto all’intelligenza degli elettori. È spingerli di nuovo all’astensione, per oggettiva difficoltà a identificarsi con queste contraddizioni. Si spiega anche così la rinascita dei centristi, che hanno festeggiato l’arrivo di Pina Picerno e il successo dell’affollata assemblea milanese benedetta da Mario Monti. Chissà.

L’Europa al centro

In definitiva l’elettore deve sapere cosa vogliono i futuri eletti, tanto più se non potrà usare il voto di preferenza. Punto centrale l’Europa, un po’ il paradigma di tutto. Meloni ha sacrificato su questo altare la sua coerenza, perché chi governa certe scelte deve farle e sta pagando con l’assalto vincente del Generale di destra destra, ma la sua Europa è comunque quella delle Patrie che consentì a De Gaulle di sconfiggere l’idea federalista di De Gasperi, che aveva ben chiara la priorità della difesa comune. Non a caso insiste per il potere di veto, che è il vero modo di aspettare che arrivino le truppe della Le Pen e di Afd, nonché dell’uomo del disastro Brexit Farage. E allora se l’Italia avrà fatto solo ammuina, il conto lo pagheremo tutti.

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