Caregiver, le risposte per aiutare chi cura

ITALIA. Agosto è il mese in cui, almeno per qualche giorno, proviamo a rallentare. Le fabbriche chiudono, gli uffici si svuotano, le città cambiano ritmo. Anche chi resta cerca un po’ di tempo per sé. Ma ci sono lavori che non conoscono ferie.

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E ce n’è uno che spesso non chiamiamo nemmeno lavoro: prendersi cura di qualcuno che da solo non ce la fa più. A Bergamo conosciamo bene una cultura del fare che ha qualcosa dello spirito alpino. Quando c’è bisogno ci si mette a disposizione. Se una responsabilità tocca a te, non serve guardare troppo quello che fanno gli altri. Si fa quello che va fatto, senza tanti discorsi e senza aspettare ringraziamenti. È una cultura preziosa. Ma proprio per questo dovremmo stare attenti a un rischio: che ciò che viene fatto in silenzio finisca per essere considerato normale. Quasi inesauribile.

Ats Bergamo stima in oltre 100mila le persone che nella nostra provincia assistono un parente o un conoscente non autosufficiente. Centomila. Dietro questo numero ci sono gesti che conosciamo bene: organizzare i farmaci, accompagnare a una visita, cambiare un turno di lavoro, preparare da mangiare, cercare un’assistente familiare, alzarsi di notte. E d’estate significa anche organizzare le ferie attorno alle necessità di qualcun altro o, qualche volta, rinunciarvi. Si fa. Perché quando una persona che ami ha bisogno non ti domandi a chi tocchi. Fai e basta. Il problema comincia quando quella disponibilità viene considerata sufficiente. La famiglia resta un luogo fondamentale della cura e della responsabilità. Non credo a una società nella quale ogni bisogno debba essere delegato allo Stato o trasformato in una prestazione. Ma non credo nemmeno che la forza dei legami familiari possa diventare la soluzione silenziosa a ciò che il sistema non riesce a organizzare. Perché un costo c’è sempre. Qualche volta si paga in denaro. Altre volte con le ferie, il sonno, un’occasione professionale, una relazione trascurata, un’ora sottratta a sé stessi. È quello che possiamo chiamare un debito di cura: non compare nei bilanci pubblici, ma qualcuno lo paga. E ancora troppo spesso quel qualcuno è una donna.

Ma non credo nemmeno che la forza dei legami familiari possa diventare la soluzione silenziosa a ciò che il sistema non riesce a organizzare. Perché un costo c’è sempre. Qualche volta si paga in denaro

Forse allora dobbiamo imparare a guardare alle disuguaglianze anche attraverso il tempo. Il recente Rapporto del Cnel (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro) ci dice che l’89,2% dei caregiver intervistati ritiene che la cura limiti il tempo disponibile per il lavoro o per altre attività personali. Tra le donne si arriva al 93,4%. Possiamo avere lo stesso stipendio, magari persino lo stesso lavoro, e possibilità di vita profondamente diverse. Perché dopo il lavoro non tutti dispongono allo stesso modo delle proprie ore. E chi ha maggiori risorse economiche può almeno acquistare una parte dell’assistenza necessaria. Chi ne ha meno rischia di pagare due volte: con il reddito e con il proprio tempo.

Possiamo avere lo stesso stipendio, magari persino lo stesso lavoro, e possibilità di vita profondamente diverse. Perché dopo il lavoro non tutti dispongono allo stesso modo delle proprie ore

Qualcosa, anche a Bergamo, si sta facendo. In provincia operano 14 équipe caregiver attive nelle Case di Comunità, composte da infermieri di famiglia e comunità delle Asst e assistenti sociali degli Ambiti territoriali. È una strada importante perché riconosce una cosa semplice, che per troppo tempo abbiamo trascurato: anche chi si prende cura può avere bisogno di essere aiutato. Il lavoro può fare la sua parte. Su 620 accordi di secondo livello analizzati dal Cnel, soltanto 141 prevedono almeno una misura rivolta a chi ha responsabilità di assistenza familiare. Significa che anche nella contrattazione abbiamo ancora molta strada davanti. Flessibilità, permessi, banche delle ore, welfare, servizi e sostegno alla non autosufficienza non sono temi laterali rispetto al lavoro. Per milioni di persone decidono, molto concretamente, la possibilità di continuare a lavorare.

La contrattazione aiuta ma non basta

E naturalmente la contrattazione da sola non basta. Servono assistenza domiciliare, sanità territoriale, servizi di sollievo. Serve soprattutto una comunità nella quale istituzioni, Comuni, Terzo settore, imprese e parti sociali si assumano insieme una parte del peso della cura. Non per sostituire le famiglie. Per non lasciarle sole. La responsabilità è una virtù. La solitudine davanti alla responsabilità non lo è. Forse agosto, proprio perché per molti è il tempo delle ferie, può aiutarci a vedere meglio chi non può fermarsi.

A Bergamo sappiamo cosa significa fare la propria parte. È un patrimonio che dobbiamo conservare, non indebolire. Ma proprio per questo non possiamo pensare che, siccome alla fine nelle nostre famiglie qualcuno trova quasi sempre un modo per farcela, allora il problema sia risolto. Perché continuare a farcela non significa necessariamente stare bene. Ci sono persone che non chiedono molto. Spesso non chiedono proprio nulla. Fanno quello che c’è da fare e il giorno dopo ricominciano. Una comunità attenta dovrebbe accorgersi di loro prima che, ahimè, siano costrette a chiedere. Magari proprio quello che avremmo potuto, e dovuto, capire da soli.

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