Ceuta, lo stop a Schengen una decisione politica. Unità europea picconata

ITALIA. Da Roma un messaggio rivolto a Madrid, a Bruxelles e, naturalmente, all’elettorato italiano.

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Non è la prima volta che l’Italia ripristina i controlli alle frontiere interne. Il trattato sulla libera circolazione delle persone lo consente quando esiste una grave minaccia per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale. È accaduto durante le emergenze terroristiche, la pandemia, le grandi manifestazioni internazionali e le precedenti crisi migratorie. Ma la decisione italiana contro la Spagna ha qualcosa di diverso: il suo valore è soprattutto politico, simbolico, plateale. Non si tratta, infatti, tecnicamente, della completa sospensione di Schengen. Per un mese saranno controllati soprattutto i cittadini extracomunitari provenienti dalla Spagna per via aerea o marittima, mentre spagnoli e cittadini dell’Unione continueranno a circolare liberamente. L’Italia, oltretutto, non confina con la Spagna e la maggioranza delle decine di migliaia di persone entrate a Ceuta è già tornata in Marocco. Più che una barriera materiale, dunque, quella innalzata da Roma è una barriera politica. Un messaggio rivolto a Madrid, a Bruxelles e, naturalmente, all’elettorato italiano. L’Europa dovrebbe però guardare oltre la polemica fra Giorgia Meloni e Pedro Sánchez. Perché ciò che è accaduto a Ceuta rivela una delle più inquietanti trasformazioni della guerra contemporanea: il migrante usato come arma.

La strumentalizzazione della migrazione

È l’essere umano ridotto a munizione geopolitica, spinto verso una frontiera, indirizzato contro un avversario, abbandonato in mare o davanti a un reticolato. Non sono droni, ma vengono trattati come droni umani. Non trasportano esplosivi: trasportano disperazione e paura. Non è ancora dimostrato che Rabat abbia organizzato l’operazione. Il governo marocchino lo nega e Madrid continua a definire il Paese un partner affidabile. Esistono però testimonianze di migranti indirizzati verso Ceuta e immagini di gendarmi marocchini rimasti a guardare oltre al precedente del 2021, quando Rabat allentò i controlli e più di ottomila persone entrarono a Ceuta dopo l’accoglienza concessa dalla Spagna al leader del movimento indipendentista del popolo sahrawi. Del resto il metodo non è un’invenzione marocchina. La Bielorussia di Lukashenko ha organizzato voli e trasferimenti per portare migliaia di migranti alle frontiere di Polonia, Lituania e Lettonia. La Russia ha esercitato pressioni analoghe sul confine finlandese. L’Unione europea stessa parla ormai di «strumentalizzazione della migrazione» e di minaccia ibrida: una forma di aggressione che non dichiara guerra, non muove carri armati, ma cerca di spezzare la coesione politica e morale dell’avversario. Magari con l’aiuto delle organizzazioni criminali. Tra le voci intorno al mancato arresto di Almasri si dice che ci fosse il pericolo che il governo libico aprisse i rubinetti dei traffici di uomini verso Lampedusa.

Le divisioni europee

La vicenda americana rende il quadro ancora più delicato. Ai 40 milioni di dollari stanziati per il Marocco si aggiunge l’ostilità della Casa Bianca verso Sánchez, colpevole agli occhi di Trump di avere assunto posizioni autonome sull’Iran, su Gaza, sulle basi militari americane e sull’immigrazione. Trump ha attribuito l’assalto di Ceuta alle «leggi deboli» e alla cattiva gestione del governo spagnolo, trasformando immediatamente una tragedia umana in un’arma contro un avversario politico. L’Europa reagisce come sempre: dividendosi. Proprio mentre finisce anche in questo caso al centro delle accuse dell’internazionale sovranista, criticata non solo da Usa ma anche da Russia e Israele. La Francia rafforza i Pirenei. L’Italia controlla porti e aeroporti. I governi si proteggono gli uni dagli altri invece di proteggere insieme il confine. È la vecchia malattia dell’Unione: quando arriva una crisi, ciascuno riscopre la propria frontiera. E così Ceuta è un’altra picconata all’unità europea.

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