Come uscire dalle guerre, il passato non insegna

MONDO. È ora di finirla. Il problema è capire come. Troppi sono gli interessi in ballo e il mare di denaro in gioco.

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Da tempo gli specialisti hanno chiarito che se un grande Paese attacca uno più piccolo e non vince subito, finisce per essere travolto dal conflitto in cui si è infilato. È stato così in Vietnam, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, per gli Stati Uniti e in Afghanistan, negli anni Ottanta, per l’Unione Sovietica. Inizia una «guerra d’attrito», questa la definizione tecnica, e un tunnel buio da cui è quasi impossibile uscire senza lasciarci la faccia e non solo. Venendo ai giorni nostri è lo stesso per quanto avviene nel Golfo Persico e in Ucraina. Pare che la Casa Bianca e il Cremlino non abbiano imparato dagli errori passati o se ne siano semplicemente dimenticati.

Le ragioni e i risultati delle guerre

Ma quali erano le ragioni che hanno determinato i rispettivi interventi armati? Donald Trump mirava ad un «cambio di regime» a Teheran e a cancellare il programma nucleare degli ayatollah; Vladimir Putin a riprendere Kiev sotto la propria influenza «sovietica» e a certificare così all’Occidente che la potenza russa è «risorta» dopo il crollo dell’Urss. Risultati ottenuti finora? Inaspettatamente poco previdenti rispetto ad una logica chiusura dello Stretto di Hormuz, gli Stati Uniti hanno provocato una crisi mondiale dell’energia; i «duri» del regime a Teheran hanno preso il potere, non si capisce in quale stato siano le infrastrutture nucleari. Eccezionale.

Fallita la «blitzkrieg», Mosca ha riunito contro di lei l’intero Occidente, fornendo le motivazioni per un perennemente rimandato riarmo generalizzato dei suoi avversari e venendone quasi completamente isolata a livello internazionale. La temuta «sconfitta strategica» i russi rischiano di subirla non tanto da europei e americani quanto dai cinesi in un prossimo futuro. E poi come la metteranno con i tedeschi, loro secolari concorrenti, che rialzeranno adesso la testa militarmente? In breve, un vero disastro geopolitico. Le opinioni pubbliche sia in Usa (vociante) che in Russia (silente) vogliono la conclusione delle ostilità. Hanno capito che dalla loro prosecuzione c’è solo da rimetterci. Ma come rallentare la macchina bellica che oggi macina miliardi su miliardi di dollari e di rubli? Come spiegare al settore militare che è l’ora di fermarsi?

Come uscire dalle guerre?

Sta proprio qui il vero grande problema. Controllando una fetta o la totalità dell’informazione, sia Trump che Putin devono soltanto urlare - mediaticamente ai quattro venti - «vittoria». «Gli ayatollah non avranno l’arma atomica»; «Abbiamo di nuovo spezzato la schiena al fascismo mondiale» i messaggi. La loro gente si sentirà sollevata che l’incubo è finito. Che poi inizieranno interminabili e infruttuose trattative a pochi interessa; l’importante è che le armi tacciano.

In America la polarizzazione non lascia spazio alla verità e Trump, a meno dell’apertura di una procedura di impeachment, non rischia nulla. In Russia, quale forza politica chiederà mai un riscontro politico delle sue azioni a Vladimir Putin? Nessuna. I pericoli per l’attuale Amministrazione del Cremlino vengono semmai solo dal suo interno (come ha dimostrato la ribellione di Prigozhin e della Wagner) in una società totalmente controllata dai Servizi di sicurezza.

In breve, nel mondo in cui i social media fanno il bello e il cattivo tempo e non importa a tanti - forse a troppi - quale sia la tragica verità non sarebbe male che i leader menzionati abbiano il coraggio di fare una buona azione: dichiarare la loro vittoria. Almeno così il sangue cesserà di scorrere.

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