Concordia, quella parola dimenticata
LA FESTA DI SANT’ALESSANDRO. «Nella concordia anche le piccole cose crescono, nella discordia anche le grandi si dissolvono». Se il celebre storico latino Sallustio ne scrisse nel I secolo avanti Cristo, significa che già a quei tempi il tema era tuttaltro che irrilevante, tanto più che proprio al suo graduale venir meno tra la nobiltà romana, lo scrittore amico di Giulio Cesare attribuisce l’origine della crisi che poi investì l’Urbe e la sua Repubblica.
Lettura 3 min.L’urgenza di «custodire la comunità nella concordia» - tema scelto per caratterizzare la festività di Sant’Alessandro - non è dunque un’invenzione moderna, ma una necessità che ogni collettività «sente» da sempre, o comunque da quando nelle nostre società, con il passare del tempo, si è progressivamente acuito un senso di sfiducia, di insicurezza e di aggressività nei confronti del prossimo, dal vicino di casa allo Stato vicino. Eppure oggi la parola «concordia» non appare da nessuna parte, né in forma scritta né in quella parlata. Sembra debole, desueta, fuori dal tempo, per certi versi persino ingenua. E come potrebbe essere diversamente in questi tempi? Tra le nostre strade, tra le strade del mondo, viviamo una stagione storica, politica e sociale che esalta il conflitto, enfatizza la contrapposizione, nobilita l’indignazione ideologica, indipendentemente dalle vere questioni in campo e dai valori che le sottendono. Della concordia nessuno sente la mancanza, quando invece è proprio la cosa di cui avremmo maggior bisogno e che tutti dovremmo desiderare.
Perché la concordia non è l’opposto del conflitto, non significa andare d’accordo su tutto. Non è né uniformità, né buonismo a buon mercato, e nemmeno cancellazione delle differenze. La concordia non è altro che la capacità di riconoscere nell’altro qualcuno con cui condividere un modo di vivere, un modello di società, un destino. Oggi la concordia non deve essere intesa come assenza di un conflitto, ma come una scelta per tenere insieme ciò che tende a separarsi e a separare, tirato a forza da personalismi e interessi che nulla hanno a che fare con il bene comune.
Perché la concordia non è l’opposto del conflitto, non significa andare d’accordo su tutto. Non è né uniformità, né buonismo a buon mercato, e nemmeno cancellazione delle differenze. La concordia non è altro che la capacità di riconoscere nell’altro qualcuno con cui condividere un modo di vivere, un modello di società, un destino
A «sostenere» Palazzo della Ragione, in Piazza Vecchia, fulcro della vita politica e civile della città medievale, c’è anche un capitello del XII secolo che raffigura la concordia come una «catena» di uomini che si tengono per mano: «Concordia civium - recita il motto - murus urbium», la concordia dei cittadini è la fortificazione della città. Sono una comunità, la mano dell’uno diventa il sostegno dell’altro: «Nessuno si salva da solo», Papa Francesco ante litteram. Al contrario della discordia - che divide, che semplifica, che enfatizza e dà spettacolo -, la concordia è una virtù «invisibile», che non fa rumore, che non regala titoli roboanti sui giornali, che non diventa virale sui social né tanto meno crea indignazione. Lavora «al contrario», lentamente, in silenzio. In un mondo contemporaneo governato dagli algoritmi, dall’intelligenza artificiale (ma sì, scriviamola con le lettere minuscole), un capitello scolpito nella pietra dieci secoli fa da chissà chi ci ricorda una verità elementare che nessuno di noi vuole più ascoltare: una comunità esiste se gli uomini si tengono insieme, si tengono per mano.
Un concetto che Menenio Agrippa aveva sintetizzato ancora secoli prima nel suo indimenticabile apologo: la città, come il corpo umano, vive soltanto se le sue parti collaborano. Se una parte si mette contro l’altra, non vince nessuno: si ammala tutto il corpo. San Paolo riprenderà questa stessa immagine, rovesciandola e portandola più in profondità: nella Chiesa siamo realmente un solo corpo in Cristo, dove la diversità non divide, ma arricchisce. Convinzioni che non più tardi di qualche giorno fa anche Papa Leone ha ripreso e sottolineato nei suoi interventi al Meeting di Rimini. Quando il Pontefice parla di comunione, di amicizia, di ascolto, di unità, di «camminare insieme», si muove dentro questa grande tradizione cristiana. La comunione non significa che tutti «dobbiamo pensarla allo stesso modo», e neppure che«tutti dobbiamo andare d’accordo». Ma qualcosa di estremamente più esigente e di più importante: «la vita dell’altro mi riguarda». Non a caso Leone ha ripetuto le parole pronunciate 44 anni prima da Giovanni Paolo II («Se il mondo di oggi ha bisogno di qualcosa, quel qualcosa è la comunione»), auspicando che siano i giovani i motori immobili di quella che appare come una vera e propria rivoluzione culturale dentro una società divorata dall’egoismo, dal profitto e dalla mancanza di carità. «Se ci sarà comunione nel mondo - ha ribadito Papa Prevost -, comincia con voi giovani, perché voi sapete costruire la comunione con l’amicizia, sapete rispettarvi gli uni gli altri per costruire la pace. Il mondo ha bisogno di voi, del vostro entusiasmo, della vostra carità, della vostra fedeltà».
Se la concordia e la comunione torneranno a rianimare il nostro pianeta, non è detto che vivremo senza più guerre, ma certamente popoleremo un mondo in cui la guerra non avrà più l’ultima parola
Se la concordia e la comunione torneranno a rianimare il nostro pianeta, non è detto che vivremo senza più guerre, ma certamente popoleremo un mondo in cui la guerra non avrà più l’ultima parola. Quegli uomini scolpiti nella pietra da un anonimo quanto saggio scalpellino non dicono una parola, sono muti. Si tengono per mano, è tutto quel che basta. E forse è proprio questo semplice messaggio il più difficile da capire e da trasmettere in un’epoca come la nostra: una società non si salva quando tutti hanno ragione e tanto meno quando uno vuole aver più ragione dell’altro, ma quando qualcuno è ancora disposto a tendere le proprie mani verso quelle di qualcun altro. Per camminare insieme, in concordia e comunione.
Buona festa del patrono a tutti.
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