(Foto di Ansa)
MONDO. Nei supermercati europei i congelatori manomessi a distanza hanno smesso di conservare gli alimenti. Anche l’Italia è stata coinvolta. Sembra una cronaca minore, quasi grottesca.
Lettura 2 min.Invece è l’ennesima conferma che siamo già in guerra. Non una guerra convenzionale, naturalmente, di tipo novecentesco come quella tra Russia e Ucraina. Siamo dentro un conflitto che non ha un fronte riconoscibile e spesso non consente nemmeno di identificare con certezza l’aggressore. La guerra ibrida ha proprio questa caratteristica: si combatte al di sotto della soglia dello scontro militare aperto. Una «soft war» che colpisce la capacità di una società di funzionare, prima ancora della sua capacità di combattere. Un aereo scortato dai caccia e un aeroporto paralizzato da un allarme bomba, un ospedale costretto a mettere in sicurezza le proprie scorte di plasma, una rete elettrica esposta al sabotaggio, una campagna di menzogne che avvelena il dibattito pubblico: non sono necessariamente episodi della stessa operazione, ma appartengono al repertorio di minacce che le democrazie devono imparare a fronteggiare. Perché non serve provocare un’esplosione per generare il panico: talvolta basta annunciarla. Una guerra, quella ibrida, che ha adottato i metodi del terrorismo, come se ne avesse assimilato la lezione di violenza nascosta, di strategia eversiva, di destabilizzazione psicologica. C’è una lezione antica in questa vicenda. Durante gli assedi medievali si tagliavano i rifornimenti, si avvelenavano i pozzi, si cercava di fiaccare la resistenza degli abitanti prima di sfondare le mura. Oggi il pozzo è la Rete. E le mura di una nazione passano anche attraverso i server di un’azienda, il software di un acquedotto, i dispositivi di un laboratorio, i sistemi di controllo di un supermercato. A quel punto il danno materiale diventa un’arma fisica e psicologica.
Per l’Italia questa è una sfida particolarmente seria. Possiamo avere soldati preparati e mezzi militari sofisticati, ma una catena di fornitori digitali mal protetta può esporre interi servizi essenziali. La sicurezza non si esaurisce in un ufficio governativo: riguarda le imprese, le amministrazioni locali, gli ospedali, i gestori delle infrastrutture, perfino chi installa un termostato connesso a Internet. Ogni risparmio ottenuto rinviando un aggiornamento può trasformarsi in un costo collettivo. I principali promotori delle guerre ibride nel mondo sono Russia, Cina, Iran e Corea del Nord, indicati dai servizi segreti occidentali come protagonisti di operazioni informatiche, sabotaggi, disinformazione e altre forme di pressione contro Stati rivali, persino manipolazione di flussi migratori, come ha fatto in Bielorussia Lukashenko favorendo il trasferimento di migranti provenienti da Iraq, Siria e Afghanistan verso le frontiere di Polonia, Lituania e Lettonia per esercitare pressione sull’Ue. Ma non è un’esclusiva di questi regimi: anche gli Stati africani controllati da Russia o Cina e persino Stati occidentali come Israele, organizzazioni armate e gruppi non statali hanno utilizzato strumenti di guerra non convenzionale.
Occorrono investimenti nella protezione delle Reti, controlli sui fornitori, sistemi di riserva capaci di funzionare quando Internet cade, formazione del personale. E serve una popolazione informata, non terrorizzata: la paura è uno degli obiettivi di chi pratica la guerra ibrida. Non a caso nel Regno Unito il governo raccomanda di fare scorte per tre giorni.
Non stiamo parlando di un conflitto gentile: la guerra ibrida può uccidere se gli aerei precipitano per sistemi sabotati, se manca il sangue per le trasfusioni, se gli ospedali restano senza corrente o la popolazione senza acqua e cibo. Questo non significa che ogni guasto sia un atto di guerra o che l’Europa sia già in un conflitto armato generalizzato. Significa riconoscere che la sicurezza delle nostre società è già contesa, ogni giorno, in uno spazio invisibile. La prossima trincea potrebbe non essere scavata nella terra. Potrebbe trovarsi dietro lo sportello di un frigorifero. E la nostra impreparazione sarebbe la migliore alleata di chi vuole colpirci.
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