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MONDO. «Il debito pubblico è grande abbastanza da badare a se stesso», scherzava il presidente americano Ronald Reagan negli anni Ottanta. Oggi gli investitori di tutto il mondo non ne sarebbero più così sicuri, a giudicare dalla relativa incertezza che da giorni circonda i titoli di Stato della prima potenza mondiale.
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Uno dei motivi di fondo di tale incertezza è che il debito pubblico degli Stati Uniti potrebbe essere diventato «troppo grande» per badare a se stesso. Esso ha infatti raggiunto e superato la soglia record dei 40mila miliardi di dollari. Il debito pubblico italiano, uno dei più «pesanti» del pianeta, è pari a circa 3.500 miliardi di dollari. Certo, la sostenibilità di un debito si misura in rapporto alla forza dell’economia che lo deve ripagare, e l’economia americana è più robusta e vitale della nostra. Inoltre Washington gode di un «privilegio esorbitante», come lo ribattezzò sessant’anni fa Valéry Giscard d’Estaing, prima ministro delle Finanze e poi presidente della Repubblica francese. I titoli di Stato denominati in dollari, infatti, sono storicamente considerati un «bene rifugio», a tal punto ricercati da investitori e risparmiatori (domestici e internazionali) che Washington può permettersi di offrire tassi di interesse più bassi per chi li voglia acquistare, indebitandosi di conseguenza a buon mercato. Un privilegio di cui più volte, in modo prematuro, è stata annunciata la fine, ma che adesso i mercati non sembrano più ritenere garantito. Da qui l’aumento dei tassi di interesse sul debito a stelle e strisce a cui assistiamo, con i rendimenti sui titoli trentennali arrivati ai massimi da vent’anni.
I titoli di Stato denominati in dollari, infatti, sono storicamente considerati un «bene rifugio», a tal punto ricercati da investitori e risparmiatori (domestici e internazionali) che Washington può permettersi di offrire tassi di interesse più bassi per chi li voglia acquistare, indebitandosi di conseguenza a buon mercato
Esistono fattori contingenti che contribuiscono a spiegare un andamento simile. La guerra all’Iran è iniziata ormai quasi sei mesi fa e una soluzione non appare dietro l’angolo, anzi assistiamo adesso a una nuova torsione della strategia dell’Amministrazione Trump: dopo una fase (prevalentemente) bellica e dopo un’altra fase (prevalentemente) negoziale, il presidente annuncia un «D-Day economico», in altre parole il tentativo di strangolare l’economia di Teheran costringendo il regime al tavolo negoziale o al collasso. Nel frattempo, nonostante i recenti sforzi delle forze armate a stelle e strisce di aprire alla navigazione delle petroliere lo Stretto di Hormuz che è a sud dell’Iran, le quotazioni del greggio rimangono superiori rispetto alla vigilia del conflitto, alimentando i prezzi della benzina e causando un’inflazione più persistente, e rendendo difficile per la Fed abbassare i tassi di riferimento negli Stati Uniti.
Un altro fattore contingente spesso evocato in queste ore è il ruolo delle aziende hi-tech che per finanziare ingenti investimenti legati soprattutto all’Intelligenza Artificiale, inclusi per esempio i data-center, emettono imponenti quantità di obbligazioni, aumentando l’offerta complessiva di bond sul mercato. Così i rendimenti dei titoli di Stato (o Treasury), per rimanere attraenti, devono necessariamente salire.
Soprattutto però, a impressionare gli osservatori, acuendo la preoccupazione dei risparmiatori che «scommettono» sul debito degli Stati Uniti, c’è un fattore di lungo termine: la velocità a cui è cresciuto l’indebitamento della prima potenza mondiale. È raddoppiato in dieci anni, calcola il Financial Times, e anche escludendo le passività tra amministrazioni pubbliche, ha uguagliato ormai la dimensione dell’economia statunitense. Come è stato possibile? Diversi i motivi. Prima i salvataggi pubblici dopo la crisi finanziaria del 2007 avviata simbolicamente dal crack di Lehman Brothers, poi più di recente l’intervento dello Stato per mitigare le conseguenze della pandemia da Covid-19. Inoltre, anche nel Nuovo Mondo, pesa l’invecchiamento demografico; negli Stati Uniti ogni giorno 10mila baby boomer vanno in pensione, facendo lievitare i costi per sanità e previdenza. Infine, per l’attuale Segretario al Tesoro, Bessent, i dati del deficit sarebbero momentaneamente aggravati e «falsati» dai rimborsi sui dazi commerciali che l’Amministrazione sta pagando per decisione della Corte suprema.
Proprio il Tesoro statunitense è intervenuto, per tranquillizzare i mercati, annunciando il raddoppio delle operazioni di riacquisto dei titoli di Stato a più lunga scadenza. Eppure il raffreddamento dei rendimenti sui Treasury è stato solo temporaneo. Il punto è che sarà difficile invertire davvero la rotta sui mercati in assenza di un segnale di riduzione strutturale dell’indebitamento, o attraverso una fase di crescita economica improvvisa e con pochi precedenti, oppure abbandonando la crescente passione bipartisan della politica americana per spesa pubblica (più a sinistra) e detassazione (più a destra) da effettuare sempre in deficit.
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