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MONDO. Siamo disponibili a trattare ma… Con Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky, fin dai primi accenni di trattativa dell’aprile 2022, il «ma» è sempre stato più influente delle dichiarazioni di buona volontà.
Lettura 2 min.E se andiamo a esaminare le dichiarazioni degli ultimissimi tempi, siano esse in forma di lettera aperta (Zelensky) o di pronunciamenti alla stampa (Putin), possiamo avere la sensazione che la musica non sia cambiata. L’uno e l’altro presidente «vanta» la disperazione dell’avversario, le enormi perdite inflitte, lo stato penoso del Paese avversario, la scarsa legittimità del rivale e la vittoria certa che attende la propria causa. E dopo aver ribadito la volontà di negoziare per porre fine alla guerra, uno dichiara che se proprio si deve trattare si può farlo combattendo (Putin) e l’altro annuncia incursioni di droni sempre più profonde e devastanti (Zelensky).
Eppure… L’atteggiamento bombastico di Putin e di Zelensky, arrivati a questo punto, convince solo i fanatici dell’uno e dell’altro schieramento. La realtà è che la Russia in questo 2026 sta patendo la prima vera crisi da quando si è lanciata nell’invasione dell’Ucraina. Il Pil è in calo, gli incassi da gas e petrolio sono assai meno ricchi che in passato, le spese (militari e non) aumentano e obbligano il governo ad alzare la tassazione. Il sogno putiniano di fare una guerra senza «disturbare» il grosso della popolazione è ormai andato in pezzi e non a caso la censura si fa sempre più stringente. E l’Ucraina, che pure in questo periodo si sente forte, ha perso la Crimea, la regione di Luhansk e l’80% circa di quelle di Donetsk e Zaporizhzhia, senza alcuna prospettiva reale di riconquistarle; il Paese si sostiene grazie agli aiuti dall’estero e Zelensky sta chiedendo all’Europa di non concedere più lo status di rifugiati agli uomini ucraini tra i 23 e i 60 anni, nella prospettiva di mandarli al fronte.
Ma soprattutto, a Kiev come a Mosca, si percepisce la stanchezza per questi quattro anni e mezzo di una guerra che, diventata totale nel 2022, è stata però preceduta da otto anni di scontri nel Donbass e che più procede più incrudelisce, come gli ultimi bombardamenti russi su Kiev e quelli su obiettivi civili condotti dagli ucraini mostrano con evidenza. Basta osservare quanto accade ai due leader. Il tasso di fiducia dei russi in Putin è precipitato di 20 punti rispetto all’anno scorso, e Zelensky è considerato dagli ucraini il primo responsabile della corruzione imperante, che a sua volta è considerata un problema persino più serio della guerra. Grattando la superficie confidente e aggressiva dei leader, questa stanchezza si mostra in tutta la sua ampiezza. È un elemento importante, da non sottovalutare. Soprattutto quando l’esperienza di tutte le ultime guerre, compresa quella in stand by tra Usa e Iran, dimostra che nessuno riesce più a dichiararsi davvero vincitore di un conflitto armato. Cominciare le guerre è sempre più facile, concluderle (si pensi a Iraq, Siria, Libia…) è invece sempre più difficile. E lo sarà in particolar modo tra Russia e Ucraina, per una guerra che è diventata non più solo uno scontro tra due Paesi ma una specie di duello tra blocchi, tra un Occidente che si sente globalmente attaccato dalle autocrazie e un fronte, con l’asse portante in Russia e Cina, che vuole ridiscutere le regole a suo dire abusivamente stabilite da noi occidentali.
Putin e Zelensky sono i volti che rappresentano questo scontro epocale, da cui sono in parte trascinati. Ma sono anche i leader di due Paesi che in esso rischiano di perdersi. Non possono non saperlo, non possono non capire che solo loro possono decidere di fermarsi.
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