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MONDO. Per l’Europa è opportuno prendere nota, perché le tensioni tra le due sponde dell’Atlantico sugli scambi di beni e servizi potrebbero riemergere da un momento all’altro.
Lettura 2 min.Se scoppia una guerra commerciale tra due Paesi confinanti come Stati Uniti e Canada, uniti dalla geografia, dalla storia e dalla lingua (eccezion fatta per la provincia francofona del Québec), integrati dal punto di vista economico come pochi al mondo, allora per noi Europei è opportuno prendere nota. Infatti le tensioni tra le due sponde dell’Atlantico sugli scambi di beni e servizi potrebbero riemergere da un momento all’altro, e dal recente duello nordamericano si possono trarre almeno due lezioni.
La prima è che «l’America è cambiata», come ha detto il Primo ministro del Canada, Mark Carney, spiegando ai suoi concittadini il fallimento all’ultimo minuto dell’intesa con gli Stati Uniti che avrebbe dovuto evitare ulteriori dazi sui beni di Ottawa. Il risultato è la cronaca di queste ore: dopo le tariffe americane dello scorso anno e le misure decise in risposta dai Canadesi, ora scattano nuovi dazi americani al 50% a cui seguiranno dal prossimo 8 settembre nuove e più alte barriere canadesi. Una classica e temibile spirale protezionistica, insomma.
Ma in che senso è «cambiata» l’America? Dopo decenni di crescente integrazione tra le economie di Stati Uniti e Canada – ha spiegato Carney, Primo ministro e leader del Partito Liberale centro-sinistra - gli Stati Uniti hanno iniziato ad «applicare dazi sui propri alleati più stretti» e a «utilizzare l’integrazione economica come fosse un’arma».
«Abbiamo proposto costantemente partnership di lungo periodo – ha continuato Carney – mentre gli Stati Uniti hanno spesso privilegiato transazioni di breve periodo». Carney è un economista di formazione, è stato governatore della Banca centrale del Canada, poi è stato chiamato a guidare la Banca centrale del Regno Unito dal 2013 al 2020, prima di diventare Primo ministro del proprio Paese nel 2025. La sua è una sintesi efficace e realistica di due capisaldi della nuova politica estera (e commerciale) di Washington. Il primo: globalizzazione e integrazione dei mercati non sono tendenze da abbandonare ma da correggere con decisione per tentare di raggiungere l’obiettivo sintetizzato nell’espressione «America first», dunque per tutelare manifattura e posti di lavoro statunitensi. Il secondo caposaldo è la «diplomazia transazionale» di Trump, un approccio che privilegia scambi e impegni valutabili in termini di costi e benefici (per gli Stati Uniti) il più possibile immediati, da preferire ad alleanze di lungo termine fondate su valori e principi astratti.
L’altra lezione di questo scontro commerciale riguarda l’atteggiamento e la coerenza di chi si trova a negoziare con Washington. Il Canada negli scorsi mesi ha risposto a una prima ondata di balzelli americani con una strategia legittima seppure non necessariamente vincente, quella della rappresaglia a suon di dazi. Ma non si è limitato a questo. A gennaio il Primo ministro Carney è volato a Pechino per firmare una «partnership strategica» con la Cina. Ottawa ha concluso intese bilaterali su sicurezza ed energia, e ha iniziato ad aprire il proprio mercato domestico alle auto elettriche cinesi, prospettando inoltre joint-venture industriali, in un comparto che finora tutto il Nord America aveva gelosamente protetto dal «made in China» per evitare una parabola di deindustrializzazione simil-europea.
Non a caso Washington, nelle scorse settimane, aveva frenato sul rinnovo dell’accordo trilaterale di libero scambio con Canada e Messico esplicitando timori sul punto: «Non voglio una situazione in cui il Canada fa arrivare tanti investimenti e automobili dalla Cina per poi riversarli negli Stati Uniti», aveva detto Jamieson Greer, rappresentante americano per il commercio. Lo stesso Greer ha dichiarato che adesso il Canada ha rifiutato «una partnership economica e di sicurezza nazionale», che avrebbe comportato tra l’altro una maggiore cooperazione su «alcuni dazi esterni comuni» e «controlli alle esportazioni», su «minerali critici» e «contrasto alle pratiche commerciali scorrette». Quelli citati sono tra i temi più cari a Washington nella competizione con la seconda potenza mondiale, la Cina appunto, visto che la Repubblica Popolare è ritenuta una «economia non di mercato» che ricorre massicciamente all’intervento statale a sostegno delle proprie aziende oltre che a forme di coercizione economica verso i concorrenti. Bozze e documenti del negoziato tra Stati Uniti e Canada non sono stati ancora pubblicati, ma è probabile che Washington abbia chiesto a Ottawa una qualche forma di solidarietà operativa per tutelarsi dalla concorrenza cinese che ritiene sleale. In questo caso sarebbe legittimo, di nuovo, non allinearsi alla richiesta, preferendo mantenere – se non approfondire – i legami con la Cina, nonostante le sue politiche protezionistiche e dirigistiche. Meno credibile, agli occhi di Washington e non solo, sarebbe però ammantare di idealismo una scelta simile, come se equivalesse a una strenua difesa dei principi liberoscambisti. Vale oggi per il Canada e domani per noi Europei.
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