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ITALIA. C’è una strana dissonanza nella giornata politica appena archiviata, una di quelle fratture che raccontano l’Italia meglio di qualsiasi saggio accademico.
Lettura 1 min.Da un lato il rigore delle cifre, il perimetro ordinato di una manovra da 26 miliardi di euro approvata dal Consiglio dei ministri; dall’altro, l’ennesimo fragoroso scontro a cielo aperto tra potere esecutivo e potere giudiziario, scaturito dalla mancata convalida del fermo di Youssef Siher a Milano. Due piani che viaggiano paralleli solo in apparenza: in realtà svelano la natura profonda di questa fase politica, dove la complessità della gestione economica viene costantemente affiancata - se non oscurata - dalla polarizzazione identitaria e securitaria che coinvolge le istituzioni e non solo i partiti. Sul versante economico, la manovra fa ciò che le circostanze le consentono: si barcamena nello stretto passaggio tra vincoli di Bruxelles e promesse elettorali da onorare.
Portare il tetto del forfettario a 100mila euro per le partite Iva (chiesto da Salvini), cesellare l’Irpef a vantaggio dei ceti medi (proposto da Forza Italia) alleggerire la cedolare secca per i giovani locatari e limare il bollo auto (sostenuto da Meloni in persona) sono tessere di un mosaico che cerca di dare segnali visibili al ceto produttivo e alle famiglie. Le coperture - tra sacrifici chiesti ai ministeri, prelievi su banche ed energia e una gestione attenta dei saldi - mostrano il volto dei partiti del centrodestra costretti alla prudenza dei numeri ma che non rinunciano, ognuno per conto suo, a lanciare messaggi al proprio elettorato in vista delle prossime politiche. In Parlamento ogni singolo emendamento diventerà una trincea; il ministro Giorgetti se lo aspetta e chiede ai deputati e senatori di trattenersi: ma tanto si sa che questo auspicio si trasformerà in voti di fiducia, dunque in una blindatura della manovra dalle tentazioni elettoralistiche. Eppure, a scaldare gli animi e a dettare la temperatura del dibattito pubblico non sono i miliardi della legge di bilancio, bensì le carte bollate di un palazzo di giustizia.
La decisione della gip di Milano Tiziana Landoni di rimettere in libertà Siher - figura al centro di un’indagine per presunta istigazione e violenze legate alla galassia del canale Telegram «Movimento 17 ottobre» - ha innescato una reazione politica di rara veemenza. Il rigetto del fermo per carenza di gravi indizi e assenza di esigenze cautelari per Palazzo Chigi e la maggioranza, quel pronunciamento si è trasformato all’istante in un casus belli. Definire la scelta del magistrato «vergognosa», come ha fatto la premier Giorgia Meloni, o «assurda e incomprensibile», secondo la formula di Matteo Salvini, segna un salto di qualità nel linguaggio istituzionale anche dopo lo scontro sul referendum sulla Giustizia. La replica stizzita dei vertici del Tribunale di Milano, che hanno bollato come «irricevibili» tali attacchi a tutela dell’autonomia giurisdizionale, fotografa una crisi di fiducia che va ben oltre il singolo fascicolo. Il paradosso della giornata sta tutto qui. Il governo mostra il volto rassicurante e responsabile della disciplina di bilancio verso i mercati e i partner europei, ma al contempo cede alla tentazione del corpo a corpo contro le toghe per parlare alla pancia del proprio elettorato. Segno che le elezioni si avvicinano, forse addirittura prima della sentenza della Corte Costituzionale sulla riforma elettorale.
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