I miliardi dell’Europa, una lista per agire
MONDO. C’è un tic nervoso che affligge da decenni la politica italiana, da destra a sinistra: la tendenza a leggere ogni responso della Commissione europea come se fossimo tifosi allo stadio o, peggio, studenti in ansia per il pagellone di fine anno.
Lettura 2 min.Se Bruxelles ci concede qualcosa, è un «trionfo del governo»; se ci richiama, è un «complotto dei tecnocrati». L’ultimo annuncio arrivato da Bruxelles - lo sblocco di circa 14 miliardi di flessibilità di bilancio per l’Italia, legati alla transizione energetica e alle spese di difesa - non sfugge a questa liturgia. Da Roma si levano sospiri di sollievo e dichiarazioni di soddisfazione, come quella del ministro dell’Economia Giorgetti. Ma chiunque conosca i meccanismi più o meno profondi dell’economia globale, sa che questa decisione non è né un plauso, né una punizione. È una constatazione realistica. E soprattutto, a parte i miliardi «sbloccati», è una mappa dettagliata delle nostre fragilità storiche che faremmo bene a studiare con cura, anziché festeggiare.
La posta in gioco
La verità è che dare una lettura puramente «ragionieristica» a questo accordo significa non aver capito la posta in gioco. Calcolare lo zero virgola, esultare per il miliardo in più strappato nei corridoi comunitari, o limitarsi a fare il bilancio dare-avere tra deficit e bonus è un esercizio sterile. Per fare i contabili non c’è bisogno di una visione politica, né di un ministro dell’Economia o di un governo intero: per quello basterebbe la Ragioneria generale dello Stato, che svolge peraltro egregiamente il suo mestiere di custode dei saldi di cassa. La politica economica di una grande nazione occidentale ha un altro compito: deve tracciare una rotta strategica per superare gli scogli della contingenza o generare benessere e redistribuirlo. E la rotta che Bruxelles ci indica, dietro lo «zuccherino» della flessibilità, è in realtà un elenco spietato di arretratezze strutturali su cui l’Italia continua a rinviare i compiti a casa.
Prendiamo l’energia green. L’Europa ci concede spazio fiscale perché sa che la sicurezza del Continente si gioca sull’indipendenza dai combustibili fossili. Ma per spendere quei miliardi non bastano i fondi, servono le infrastrutture. Bruxelles ci ricorda che siamo frenati da un groviglio burocratico insostenibile, soprattutto a livello locale e regionale, che blocca le autorizzazioni per le rinnovabili e i sistemi di accumulo di un Paese energivoro. Abbiamo i soldi, ma rischiamo di non avere le pale eoliche o le reti elettriche per usarli.
Il fisco
Guardiamo poi al fisco. Il richiamo sulla riforma del catasto non è il puntiglio di un tecnocrate belga, ma l’evidenza di un sistema patrimoniale fermo al secolo scorso, che protegge le rendite parassitarie e frena lo sviluppo dell’edilizia moderna. Così come il severo monito sui condoni e le sanatorie fiscali: un Paese che ciclicamente amnistia chi non paga le tasse distrugge il patto sociale e scoraggia gli investimenti stranieri a vantaggio dei soliti furbi. Chi verrebbe a investire in un mercato dove la certezza del diritto e la fedeltà fiscale sono optional e ogni due anni c’è un condono che fa fessi quelli che hanno pagato?
E infine, il vero dramma italiano: la produttività e l’istruzione. La Commissione certifica ciò che i lavoratori italiani vivono sulla propria pelle ogni mese: i salari reali hanno perso potere d’acquisto dal 2019 a oggi più che nel resto d’Europa. Perché? Perché la produttività è piatta, le imprese sono troppo piccole per competere sui mercati globali dell’innovazione, e spendiamo troppo poco in ricerca e sviluppo. Ci adagiamo su allori che stanno marcendo. Il legame tra università e mondo industriale è debole, e le carriere dei nostri ricercatori sono così mortificate da alimentare una fuga dei cervelli che è un dissanguamento economico prima ancora che culturale e sociale.
Nel grande riallineamento geopolitico in corso, dove l’America corre grazie alla tecnologia e la Cina domina le filiere della transizione verde (il che è francamente paradossale, per quanto inquinano i cinesi), l’Europa si sta muovendo timidamente. Questi 14 miliardi sono un’opportunità, ma non sono un regalo. Se l’Italia sceglie di usarli solo per «aggiustare i conti» e galleggiare, magari con qualche partita di giro, commette un errore tragico. Di questo elenco di arretratezze - dal fisco all’energia, dalla giustizia civile all’università - dovremmo fare tesoro. È la lista delle cose da fare per non diventare la periferia museale dell’Occidente. Ma per capirlo serve la politica, non la calcolatrice del ragioniere.
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