(Foto di Agazzi)
ITALIA. La cosa davvero paradossale della vicenda del treno per Orio e del raddoppio della Bergamo-Ponte San Pietro (che tecnicamente si ferma tra Curno e Mozzo) è che una piccola parte dei fondi per entrambe le opere è stata inserita nelle pieghe del Pnrr per poter contare così su tempi certi, procedure più agili e persino un commissario ad hoc.
Lettura 2 min.Tutto assolutamente inutile: al momento di passare dalla carta ai cantieri è andata come è andata. Cioè male. Per carità, le scuse dei vertici di Rfi sono apprezzabili (del resto sarebbe stato anche difficile sostenere che tutto stesse andando bene...), ma questa vicenda è a suo modo paradigmatica delle difficoltà che stanno attraversando le ferrovie nel Belpaese. Si potrà replicare snocciolando i numeri dell’Alta velocità e i relativi investimenti soprattutto sulle stazioni, ma più si scende sul territorio e più la situazione si fa complicata. Anche quando si provano scelte che avrebbero dovuto essere rivoluzionarie nel nome di un federalismo su rotaia ma che invece, anno dopo anno, si stanno dimostrando non all’altezza di una regione come la Lombardia: sì, stiamo ovviamente parlando di Trenord.
Ma torniamo ai due cantieri oggetto delle scuse di Rfi, seguite da una prossima scadenza non proprio dietro l’angolo: fine 2027, salvo complicazioni. Perché purtroppo, con tutto l’ottimismo possibile, questo non è un Paese abituato a rispettare le scadenze, soprattutto dei cantieri. Di puntuale ci sono solo i ritardi e per questo era abbastanza scontato che il treno per Orio non avrebbe visto la luce per le Olimpiadi 2026. Non è una giustificazione, ci mancherebbe, semmai una presa d’atto nient’affatto serena. Ma bisogna anche essere chiari e oggettivi: l’aggancio ai Giochi è servito per ottenere finanziamenti per opere fondamentali che diversamente non sarebbero arrivati.
E non è la prima volta che va così: l’Asse interurbano è stato finanziato con i fondi del Mondiale per Italia ’90 ma l’inaugurazione del tratto cittadino è stata 6 anni dopo e il completamento nel 2010: nessuno però oggi si sogna di mettere in dubbio la strategicità dell’opera seppure terminata in ampio ritardo e questo dovrebbe bastare per archiviare le diatribe (passate e postume) sull’utilità di questi interventi. Che servono come il pane per un territorio che ha fame di infrastrutture, ferroviarie e stradali. Meglio se in questo ordine. Certo, devono comunque essere completate in tempi accettabili, sennò si rischia la loro «obsolescenza preventiva» per usare l’azzeccatissima definizione di Stefano Paleari, già rettore dell’Università di Bergamo, in occasione della presentazione del rapporto Itsm a Roma giovedì scorso.
In realtà a preoccupare non sono solo i ritardi in sè e per sè, ma una sorta di sostanziale impunità generalizzata. Nessuno invoca la gogna, ma sarebbe carino (anche dovuto) che qualcuno risponda per i disagi che i pendolari e interi quartieri di Bergamo patiscono in questi anni di cantieri che stanno segnando il passo in modo clamoroso. Non tutti in verità, perché la linea T2 del tram e l’e-Brt sono in orario e lo stesso si può dire per diverse opere connesse al Pnrr, con l’eccezione dell’ex palasport. È indubbio che le scadenze cogenti del Pnrr abbiano creato problemi seri a imprese anche strutturate e per questo sarebbe servita una maggiore attenzione dei committenti (anche nella scelta, nell’analisi dei ribassi di gara, nell’esposizione su più fronti...), soprattutto nel caso di cantieri impattanti come la Bergamo-Ponte e il treno per Orio. Dove, nota bene, gli interventi non in capo alle Ferrovie sono già finiti: la stazione dell’aeroporto da mo’, e persino i due sottopassi per la Fiera, progettati in corso d’opera, sono quasi ultimati. E qualcosa vorrà pure dire. Per esempio che nei ministeri che vegliano (e nominano) sulla galassia delle Ferrovie qualcuno non ha fatto il suo dovere. Semplicemente.
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