(Foto di Ansa)
ITALIA. Quattro giovani lavoratori afghani e pakistani, tra i 19 e i 29 anni, bruciati vivi dentro un furgone dai loro caporali.
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Una punizione feroce per aver osato chiedere il salario che spettava loro. Una vicenda, quella di Amendolara, in Calabria, che sembra arrivare da un’altra epoca, da un altro continente, e invece è accaduta nell’Italia del 2026. Le vittime raccoglievano fragole nelle campagne del Sud. Vivevano sotto la minaccia costante di coltelli e pistole. Lavoravano senza essere pagate. Ricevevano soltanto un tetto precario e qualcosa da mangiare, come in un lager con la libera uscita. Schiavi, nel senso letterale del termine. Uomini privati della libertà e della dignità.
La tentazione è quella di archiviare questa storia come l’ennesimo episodio di barbarie legato alle campagne meridionali. Sarebbe un errore. Perché il filo che conduce ad Amendolara arriva molto più lontano. Arriva fino a Milano, capitale economica del Paese, dove la Procura ha acceso i riflettori sul presunto sistema di sfruttamento nel cantiere del nuovo Consolato degli Stati Uniti.
Entrambe le vicende raccontano la stessa malattia: la riduzione dell’essere umano a strumento da consumare.
Naturalmente le due vicende non sono sovrapponibili. Da una parte c’è una strage orrenda, un omicidio plurimo che lascia sgomenti. Dall’altra non vi sono morti né violenze culminate nel sangue. Ma entrambe raccontano la stessa malattia: la riduzione dell’essere umano a strumento da consumare.
Nel cantiere milanese, secondo l’accusa, lavoratori indiani reclutati nel loro Paese venivano impiegati per dieci o dodici ore al giorno, sei giorni su sette. Ricevevano una paga formalmente esistente, ma così bassa da diventare quasi simbolica. Dai 1.200 ai 1.500 euro mensili dovevano sottrarre circa 900 euro per vitto e alloggio. Prima ancora avevano pagato migliaia di euro agli intermediari che avevano promesso loro un futuro migliore. Una catena di debiti, ricatti e dipendenza.
Ad Amendolara la situazione era persino più brutale. Nessun salario. Solo vitto e alloggio. A Milano almeno una paga esisteva; in Calabria nemmeno quella. Ma in entrambi i casi il risultato era identico: lavoratori privati della possibilità di scegliere, di ribellarsi, di vivere da persone libere.
È questo il punto che non possiamo ignorare. Lo sfruttamento non ha un colore politico e non ha una latitudine o una longitudine. È un sistema economico che prospera quando qualcuno chiude gli occhi. Quando il profitto vale più della persona. Quando la disperazione di chi arriva da lontano diventa un’occasione di guadagno.
È un sistema economico che prospera quando qualcuno chiude gli occhi. Quando il profitto vale più della persona. Quando la disperazione di chi arriva da lontano diventa un’occasione di guadagno.
Per questo sarebbe sbagliato trasformare la tragedia di Amendolara nell’ennesima occasione per puntare il dito contro i migranti, i clandestini, gli extracomunitari. Le vittime non sono il problema. Sono coloro che pagano il prezzo più alto del problema. I responsabili stanno altrove: nelle reti criminali, nei caporali, negli sfruttatori.
Come scrive Papa Leone nella sua enciclica Magnifica Humanitas, «la tratta va riconosciuta come una forma contemporanea di schiavitù e come una grave violazione della dignità umana; non reagire con fermezza o tollerare in qualsiasi modo queste pratiche significa rendersi oggi complici delle colpe commesse ieri, quando la schiavitù veniva giustificata o taciuta». La risposta dunque non può essere la propaganda politica. Deve essere la giustizia. Servono controlli, denunce, processi e condanne. Serve il coraggio di chi vede e parla. Serve la responsabilità delle istituzioni e delle imprese. Perché ogni volta che un uomo, qualunque sia il colore della sua pelle, viene trattato come una merce, la Repubblica fondata sul lavoro perde un pezzo della propria anima.
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