Il governo più longevo. Le riforme mancate e i problemi con gli alleati

ITALIA. La premier celebra i 1.413 giorni. Tra punti di forza, sconfitte e questioni rimaste in sospeso.

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Quanto c’è davvero da festeggiare al 1.413° giorno di vita del governo che si intesta il record della longevità repubblicana? Giorgia Meloni a Bari ammette: «Sento il peso della responsabilità» e festeggia se stessa - lei, l’underdog - che più di Berlusconi, più di Craxi, e indietro nel tempo addirittura più di De Gasperi ha tenuto lo scettro del potere e intende stringerlo fino (quasi) alla fine della legislatura, ossia la prossima primavera. La stabilità di governo, ecco il valore principale che viene celebrato: finalmente la cura della connaturata brevità e debolezza dei 67 governi dal Dopoguerra, alcuni persino durati otto-dieci giorni, oggetto da sempre delle ironie internazionali sulle sliding doors dei presidenti italiani del Consiglio. Ma, oltre la stabilità, cosa si è festeggiato a Bari?

Punti di forza e punti deboli

Meloni nel suo discorso ha puntato su due punti di forza indiscutibili: la tenuta dei conti pubblici, garanzia di fiducia degli investitori e dei partner in quello che non è più il «malato d’Europa» della crisi del 2011; l’aumento dell’occupazione stabile con un livello di disoccupazione mai così basso. Molto più tiepida la citazione, al netto del Pnrr, della debole crescita dell’economia nazionale e della nostra industria (a poco più di cento chilometri dalla Taranto dell’Ilva) insieme al potere d’acquisto delle famiglie mangiato dalla spesa al distributore e al supermercato. Né notizie migliori vengono da sanità e scuola. Ma legittimamente Meloni ci ricorda che lei ha governato con le guerre alle porte, con una crisi energetica mai così profonda e pericolosa, con l’alleanza atlantica di una stupefacente instabilità, con l’urgenza di tornare a spendere per la difesa. E se da una parte rivendica orgogliosamente il cammino di una leadership di destra all’inizio guardato con diffidenza dagli alleati e poi via via cresciuta nella considerazione internazionale anche per la fermezza nell’aiuto all’Ucraina, dall’altra non può nascondere la più clamorosa sconfitta in politica estera: il fallimento del progetto di essere, noi, i «pontieri» tra l’Europa e gli Stati Uniti del capriccioso e imprevedibile imperatore di Washington le cui ultime parole su Giorgia sono state: «Mi ha fatto pena». Espressione maleducata di Trump, la peggiore per l’ego di una donna, la prima premier della storia d’Italia, che si è fatta da sola grazie solo ad una volontà rocciosa.

Anche l’altra grande bandiera della destra, quella della sicurezza e della lotta all’immigrazione clandestina, sventola ma non con la spavalderia che ci si aspettava quattro anni fa. Miglioramenti nei rimpatri, diminuzione di sbarchi ma non si attenua, malgrado i ripetuti decreti, la sensazione di insicurezza nelle strade e nelle stazioni d’Italia. Certo sono stati ottenuti dei risultati nella politica europea dell’immigrazione che non è più quella dell’accoglienza senza limiti, però ancora non marcia l’idea di gestire i clandestini in Albania (colpa dei giudici di sinistra, accusa la premier).

Le riforme

Terzo capitolo dei festeggiamenti. Le riforme. Meglio forse non parlarne. È venuto dal clamoroso tonfo del referendum sulla giustizia il primo scricchiolio della legislatura: una sinistra pur divisa e ondivaga ha saputo cogliere il momento. Ma anche il premierato, anche l’autonomia differenziata, anche la legge elettorale sono impantanate, ferme, impallinate.

Infine, il partito e la leader di Fratelli d’Italia festeggiano se stessi ma non possono dimenticare che entrambi i partiti loro alleati sono in crisi di iniziativa e di consenso mentre alle porte della coalizione si gonfia il fenomeno del populismo in divisa di un ex generale fascistoide e filo russo che rivendica a sé la rappresentanza della «vera destra». Più Meloni avanza nel costruire meritoriamente una destra di governo europea non nostalgica, più lascia spazio agli uomini delle caverne con cui spera ardentemente di non doversi alleare.

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