Il malessere tedesco e quei legami con la Russia
MONDO. Il cancelliere Friedrich Merz passa all’attacco. Sulla graticola del Bundestag dopo la disastrosa sconfitta alle elezioni della Sassonia-Anhalt accusa Alternative für Deutschland di ispirarsi alla pulizia etnica.
Lettura 2 min.La remigrazione ovvero la deportazione forzata di tutti gli stranieri è un tema dibattuto e sul quale Afd ha costruito il suo consenso. Il successo clamoroso ottenuto in Sassonia-Anhalt con il 44,5% dei voti è la punta più eclatante di un malessere diffuso. L’elettore non si spaventa di dare il suo voto a chi non prende le distanze dal nazismo, ma anzi mostra di condividerne le impostazioni ideologiche. A livello federale Afd può contare, secondo recenti e approfondite indagini demoscopiche, sul 30% circa dei voti il che vuol dire essere primo partito della Germania con un sorpasso clamoroso sulla Cdu del cancelliere Merz. Tutti questi cittadini che sino a ieri votavano per Angela Merkel sono diventati improvvisamente razzisti? No evidentemente. Ma presi nella tenaglia del declino industriale e della presenza invasiva e apparentemente fuori controllo dei nuovi cittadini immigrati chiudono gli occhi sulle derive neonaziste e si concentrano sull’unica opzione rimasta: la speranza che la protesta induca il vecchio establishment a tenere conto dei loro problemi. Non va dimenticato che Volkswagen intende ridurre la manodopera di 50mila unità dopo un ridimensionamento di pari entità negli anni scorsi. Con tutto l’indotto colpito, sono numeri che impattano e rendono percepibile la crisi anche a chi non ne è toccato direttamente.
Un disagio diffuso, se si pensa che la prima cosa che gli elettori imputano alla Cdu, secondo sondaggi condotti dalla rete statale Ard, è la mancanza di competenza economica. Il che rende paradossale il confronto di dilettanti allo sbaraglio come Alice Weidel e Tino Chrupalla, copresidenti della AfD, a confronto con un professionista del settore come Friedrich Merz, già presidente del gruppo parlamentare Cdu e poi per anni a capo del fondo finanziario americano Blackrock in Europa.
La crisi identitaria
A questo si arriva se il potere centrale non è in grado di indicare la rotta. La Germania vive la crisi identitaria di un Paese che è nato nel mito americano e ora soccombe. La sponda occidentale vacilla e anche se i Trump passano e la potenza americana resta, la Germania si chiede quale sia la sua vocazione. La Sassonia-Anhalt ha dato la risposta. Con la Russia l’Est tedesco condivide un ideale: quello di non volere seguire l’«american way of life». Nel dopoguerra, negli anni Cinquanta dello scorso secolo, gli americani avevano avviato il piano Marshall e nel 1948 hanno impedito ai sovietici di strangolare la città di Berlino con un ponte aereo leggendario. Il presidente John F. Kennedy pronunciava negli anni Sessanta le famose parole: «Io sono un berlinese». Con il consumismo questo modello si è mutato nella tolleranza di costumi e di abitudini che intaccano i valori fondanti della propria identità. Per privilegiare le minoranze, che pur vanno tutelate, si è finito per dimenticare i problemi della gente comune che vive il declino sociale e ha perso una parte di benessere.
Emerge quello che già Thomas Mann, il grande scrittore del secolo scorso, definiva terra di mezzo in bilico perenne tra ovest e est. La terza via tedesca nasce da questa ambiguità ed è il motivo per il quale i politici di Afd non prendono le distanze da un passato che non passa. Nel dubbio di una guida che non sentono gli elettori cercano ispirazione nella propria storia. E per liberarsi dai lacci del presente pensano alla pace e alla Russia come un’opportunità più che un pericolo.
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