Il pericolo Trump per lo Stato (in)stabile

MONDO. Se «Steady State» può essere tradotto con «Stato stabile», allora è piuttosto naturale che i quasi 400 membri del gruppo, tutti ex agenti, analisti o funzionari dei servizi di sicurezza Usa, considerino Donald Trump una minaccia.

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E che si battano per rendere gli americani edotti del pericolo, come hanno appena fatto attraverso un’inchiesta del «Financial Times», in cui dicono senza giri di parole che Trump «sta distruggendo la democrazia» degli Usa. In tutto il suo modo di essere e di interpretare la politica, infatti, Trump è un paladino dell’instabilità, da quella dello Stato (chi non ricorda i continui cambiamenti di uomini e ruoli del suo primo mandato, o il balletto mentre venivano diffuse le immagini dell’assalto al Congresso da parte dei suoi fan?) a quella del pianeta. E la sua tendenza ad andare per le spicce (eufemismo) con i meccanismi delicati della democrazia rappresentativa e con i diritti dei cittadini ha una lunga serie di testimonianze, dalle sentenze della Corte Suprema (che ha revocato le sue decisioni sulla Federal Bank e lo ius soli, oltre a dargli torto su certe vicende personali poco edificanti) alle folli sparatorie dell’Ice, la polizia anti migranti.

Il patrimonio personale che cresce

Trump considera i vincoli del sistema democratico non una garanzia per i cittadini ma un impiccio per chi comanda, cioè lui. Che peraltro usa il potere che gli è stato temporaneamente affidato col voto per aumentare senza ritegno la propria ricchezza, come si è visto con le speculazioni sulle criptovalute (tramite una società creata da due dei suoi figli insieme con il figlio di Steve Witkoff, il suo inviato speciale di fiducia), con il ballonzolare del genero Jared Kushner tra missioni diplomatiche e sessioni di business con investitori internazionali, e infine dal fatto che nel primo anno di questo secondo mandato il suo patrimonio è cresciuto di due miliardi di dollari.

Trump è questo e molto altro ancora. Benvenuto, quindi, qualsiasi allarme che arrivi in questa fase, cioè a meno di quattro mesi da un voto decisivo, quello delle elezioni di metà mandato: se la maggioranza trumpiana al Congresso fosse confermata, i secondi due anni di presidenza potrebbero essere anche peggio dei primi due.

La storia dello «Steady State»

Detto questo, bisogna spendere anche due parole sullo «Steady State» e sulla sua (comunque meritoria) iniziativa. In primo luogo va ricordato che il gruppo si è formato subito dopo la prima elezione di Trump, nel 2021. Dunque prima che Trump cominciasse ad agire, in qualche modo contro di lui. E che durante la campagna elettorale il gruppo aveva firmato e pubblicato una lettera di sostegno a Joe Biden. Insomma, non siamo di fronte a un think tank di studiosi ma di funzionari che, eseguendo i loro compiti in strutture che rispondevano a certe presidenze e certe amministrazioni, hanno risposto a precise direttive politiche.

Non è un caso che tra gli animatori di «Steady State» ci siano molti dei 51 ex funzionari che nel 2020 pubblicarono una lettera per sostenere che le famose mail trovate nel computer di Hunter Biden, figlio del presidente, che avrebbero corroborato le accuse di corruzione nei suoi confronti, erano un falso fabbricato dai russi. E Trump, appena tornato alla Casa Bianca, revocò i nulla osta di sicurezza a tutti. Anche nelle giuste cause, insomma, ci può essere un sacco di politica.

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