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ITALIA. Prima che il decreto scuola vedesse la luce, c’è stato un intenso confronto tra gli uffici legislativi del Quirinale, di Palazzo Chigi e del ministero dell’Istruzione.
Lettura 2 min.Il motivo di questa trattativa giuridica lo si ritrova facilmente nel discorso che il presidente Sergio Mattarella ha tenuto all’indomani dell’annuncio di Giorgia Meloni alla Festa dei giovani del suo partito: no alle classi in cui gli italiani sono minoranza, sì ad un tetto di presenza agli stranieri, vietati burqa e nihab. E il Capo dello Stato era sembrato replicare, sia pure indirettamente che «la scuola deve essere aperta a tutti» in quanto «strumento fondamentale di inclusione sociale». E questo lavoro preliminare deve aver dato i suoi frutti se dalle bozze circolate prima del varo del decreto in Consiglio dei ministri, è sparita l’ipotesi di allontanamento dei ragazzi da quei genitori renitenti alle regole previste dal provvedimento.
Mentre andava avanti questo lavoro sottotraccia, il Quirinale faceva sapere discretamente che non considerava un attacco al Capo dello Stato il fatto che Giorgia Meloni avesse riesumato nell’intervista a «Porta a Porta» una vecchia circolare di Mattarella allora ministro dell’Istruzione in cui si dava una indicazione («ove possibile») abbastanza simile all’annuncio del tetto per gli stranieri, sia pure in un contesto in cui gli extracomunitari in Italia erano molto meno presenti. La sinistra era però insorta a difesa del presidente e la gran parte dei giornali aveva interpretato come un assalto quasi intimidatorio e a freddo a Mattarella da parte della premier, ma è stato lo stesso entourage del Colle a raffreddare gli animi.
In ogni caso il decreto è stato varato (decreto e non disegno di legge, quindi anche la presidenza della Repubblica ha riconosciuto che c’erano le motivazioni costituzionali «di necessità e urgenza») e Meloni ha potuto congratularsi con se stessa per «aver avuto il coraggio di metterlo all’attivo del governo nonostante le proteste della sinistra», come iniziativa «di buon senso» che consente la migliore inclusione. Ed è quest’ultima in fondo la parola magica che ha consentito a Palazzo Chigi di superare difficoltà e rilievi di incostituzionalità: creare le condizioni perché chi non è nato in Italia e comunque non parli la nostra lingua, possa integrarsi meglio proprio attraverso l’apprendimento dell’italiano. E questo varrà anche per i genitori che avranno l’obbligo di frequentare corsi gratuiti a loro destinati nelle scuole pubbliche: ma, come detto, se non lo fanno pagheranno una multa fino a mille euro, non perderanno il diritto di allevare i loro figli. Certo è che nessuno di loro, e nemmeno le loro ragazze potranno presentarsi in classe col viso coperto con il burqa o il nihab, questo divieto è perentorio.
Secondo il ministro Valditara sono 34mila le classi con più stranieri che italiani e lì si dovrà intervenire per non superare il limite del 30% di presenza degli stranieri: si cercherà di organizzare le cose con «flessibilità», che poi è un criterio non molto lontano da quella frase «ove possibile», usata negli anni ’80 da Mattarella ministro.
Domanda politica: questa iniziativa di Meloni è stata suggerita dalla necessità di non farsi scavalcare a destra da Vannacci? La risposta è naturalmente sì, questa esigenza ormai si riflette su qualunque atto della maggioranza in vista di elezioni che potrebbero essere anche piuttosto vicine. Ma probabilmente il lavoro dei giuristi del Quirinale ha tolto quella caratteristica di «brutalità» vannacciana che per la destra sarebbe stata assai utile in campagna elettorale.
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