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ITALIA. Un nuovo ridisegno del sistema bancario è alle porte. Se l’offerta di Intesa Sanpaolo andrà in porto, il Monte dei Paschi verrà scisso fra la parte di gestione dei patrimoni e di investment banking, che andrà a Milano, e il commercial banking, cioè l’intermediazione più tradizionale, che confluirà nel gruppo bancario e assicurativo Unipol.
Lettura 2 min.Il tutto dopo una serie di complessi passaggi di scorpori, fusioni e riaggregazioni societarie al cui confronto Frankenstein una creatura del tutto lineare e naturale. Ma qual è il senso di questa nuova operazione di concentrazione del settore finanziario italiano? Per rispondere non possiamo evitare di addentrarci in una sommaria descrizione tecnica dell’offerta.
Intesa Sanpaolo vuole acquistare Monte dei Paschi di Siena e offre agli azionisti di Siena 1,6 azioni più un euro in contanti. Complessivamente mette sul piatto 30 miliardi di euro. Per non incorrere nei limiti dell’Antitrust dovrà liberarsi di un pezzo della banca che compera. Come già accaduto nel 2020 quando acquisì Ubi, si accorda con Unipol per cederle, all’esito dell’offerta, circa metà degli sportelli che riceverà. Il gruppo bolognese integrerà questo pezzo di rete con Bper, diventando così, potenzialmente, il secondo gruppo bancario italiano. Che cosa compera quindi Banca Intesa al netto di quanto dovrà trasferire? Le attività di gestione dei patrimoni, il settore del credito alle large corporate, e soprattutto Mediobanca, quella che fino a un anno fa era la punta di diamante dell’investment banking italiano e che Mps aveva in progetto di sottoporre a un altro trattamento di smembramento e ricostituzione in un nuovo veicolo societario. Ma soprattutto detiene la contesissima quota del 13% delle Assicurazioni Generali. Qualcuno dice che questo sarebbe il vero obiettivo dell’offerta di Intesa ma io credo che sia eccessivo: come dire che qualcuno si compera tutta l’Atalanta per avere Palestra. La partecipazione in Generali che Intesa otterrebbe sarà certo importante, anche se il suo amministratore delegato Carlo Messina dice che si tratta di un investimento meramente finanziario e non finalizzato a strategie espansive. È lecito dubitarne, soprattutto osservando che in questo modo Intesa diventerà il primo azionista di Trieste davanti anche a Unicredit che con la compagnia del Leone voleva stringere un accordo di partnership duraturo. A proposito: la marcia di avvicinamento a Commerzbank sembra procedere nonostante la malcelata ostilità di tutto l’establishment tedesco e l’auspicabile successo dell’offerta sarebbe una buona notizia per l’Italia.
Ma qual è il senso di questo nuovo cambiamento per il sistema economico italiano, per i risparmiatori e le imprese? Ormai da un decennio le acquisizioni bancarie non avvengono più per salvare intermediari in crisi ma alla ricerca dell’espansione dimensionale, soprattutto nei rami di attività più profittevoli. Anche grazie a queste aggregazioni le banche italiane oggi sono sane e solide e quindi perseguono obiettivi ambiziosi. Questo è opportuno, visto che non mancano sfide molto impegnative che si affrontano meglio rafforzando la base dimensionale.
Ma bisogna anche dire che a causa di questo processo il nostro settore creditizio è passato dall’essere uno dei più frammentati e quindi vulnerabili, dell’Unione europea - solo la Germania aveva e ha una polverizzazione delle banche superiore alla nostra - a uno dei più concentrati, secondo solo alla Spagna fra le maggiori economie del continente. Non a caso, il governo di Madrid sta imponendo limiti severi al tentativo di acquisizione di Banco Sabadell da parte di Bbva. Se la concentrazione rafforza i singoli istituti, inevitabilmente comprime la concorrenza. Lo abbiamo visto nei nostri territori dopo l’incorporazione di Ubi in Banca Intesa: il mercato non si è riequilibrato attirando nuovi operatori al posto di chi aveva lasciato; i buchi che si sono creati non sono stati colmati da altri competitor, se non nella misura molto limitata che hanno potuto fare le banche più piccole. Questa rarefazione dell’offerta, insieme all’orientamento sempre più marcato verso attività finanziarie, pure importanti, ma diverse dall’intermediazione tradizionale, si traduce purtroppo in un indebolimento del sostegno creditizio all’economia reale. Va bene incentivare il rafforzamento dei singoli intermediari, ma bisogna trovare antidoti per ovviare alle possibili ricadute negative.
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