Israele, il costo di mire imperiali

MONDO. Le reiterate e inaccettabili violenze dei coloni in Cisgiordania appartengono a un progetto geopolitico deliberato.

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Con l’obiettivo lodevole di riaccendere i riflettori sulla formula «Due popoli, due Stati», il governo italiano - nella sua veste alle Nazioni Unite di co-presidente del gruppo di lavoro sulla Sicurezza per israeliani e palestinesi - ha riunito a Roma nei giorni scorsi rappresentanti di organizzazioni religiose ebraiche e musulmane, sauditi, spagnoli, francesi e norvegesi impegnati a mantenere una fiammella accesa sulla sopravvivenza di uno Stato palestinese. «Spazio di diplomazia dal basso che possa sostenere i fragili processi politici»: il meeting romano è stato così inquadrato nelle parole del nostro ministro degli Esteri Tajani, in un estremo tentativo di mettere un argine alla polarizzazione. L’Italia s’impegna, dunque, a mantenere viva la visuale storica (Accordi di Oslo degli anni ’90, Iniziativa di Ginevra del 2003, ecc.) di un dialogo fatto di molte puntate. C’è anche l’ambizione di accreditare l’Italia in un ruolo di promozione della pace che serva a garantire sicurezza alle rotte marittime e possa aiutare una certa gestione dei flussi migratori influenzati dall’instabilità nella regione mediorientale.

Il disegno del governo Netanyahu

Ma quanto a lungo potremo distogliere lo sguardo dal disegno del governo Netanyahu di costruire un Grande Israele che esclude categoricamente la possibilità di uno Stato palestinese sovrano? Le reiterate e inaccettabili violenze dei coloni in Cisgiordania per strappare sempre più terra in mano ai palestinesi, appartengono a un progetto geopolitico deliberato, volto prima a frammentare il territorio palestinese in enclaves isolate e non autosufficienti, per poi procedere a un’annessione di fatto. L’Autorità nazionale palestinese, riconosciuta globalmente ma di fatto lasciata a sé stessa e al suo apparato corrotto, non ha alcuna forza nell’impedire il disegno israeliano del controllo pervasivo della Valle del Giordano e sulle Zone C (definite dagli Accordi di Oslo del ‘95 che comprendono circa il 60% dell’intero territorio della Cisgiordania). Il progetto di Grande Israele va avanti da ben prima dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e contemplava un ruolo per l’organizzazione terroristica come tassello del «divide et impera» tra le due entità palestinesi, tanto da indurre Gerusalemme a chiudere un occhio sul trasferimento di centinaia di milioni di dollari provenienti dal Qatar verso la Striscia di Gaza. Il punto d’arrivo è inequivocabile: rendere l’occupazione irreversibile, trasformando di fatto l’annessione strisciante in una realtà giuridica e territoriale definitiva.

I rischi nel medio periodo

Secondo il noto proverbio di origine biblica, «non c’è più cieco di chi non vuole vedere», il cieco in questione è l’Unione europea e molti Stati parti di essa che sostanzialmente non hanno denunciato con forza il massacro a Gaza e in Cisgiordania, riuscendo soltanto a trincerarsi dietro risibili misure contro alcuni coloni. Una bancarotta morale che peserà come un macigno per decenni ed è stata denunciata come «ipocrisia e scandalosa incapacità di agire» nelle parole dei Papi Francesco e Leone XIV. Qual è il costo che Israele è disposto a pagare per il suo disegno imperiale? Nella risposta al quesito ci ha già aiutato il presidente americano, il primo giugno, quando, in un momento di frustrazione per l’escalation militare di Israele in Libano, ha accusato Netanyahu sostenendo che lo Stato ebraico è inviso a tutti. Il leader israeliano farebbe bene a non sottovalutare le parole di Trump. Nel medio periodo ci sono due sfide formidabili e pericolose per Israele. La prima è la crescita geopolitica della Turchia nell’area mediorientale, in particolare in Siria. Erdogan non ha usato mezze parole nel bollare la politica israeliana nei confronti dei palestinesi come «genocidio di uno Stato terrorista», ha elevato Hamas a «gruppo di liberazione» al quale, secondo alcune fonti israeliane, offre sostegno militare e umanitario. Una volta chiusa la fallimentare guerra con l’Iran, Israele non soltanto dovrà fare i conti con Teheran e le sue milizie alleate (Hamas, Huthi, Hezbollah), ma anche con Ankara, il cui legame con Hamas è un patto ispirato dalla fratellanza islamista che vede nella Turchia il protettore regionale della galassia legata ai Fratelli musulmani.

Negli Stati Uniti

Il secondo, più temibile avversario per Israele, è il crescente sentimento anti israeliano negli stessi Stati Uniti. Nel recente sondaggio condotto dal «Pew Research Center», nel 2026 soltanto il 27% degli americani (era al 32% nel 2025) dichiara di avere fiducia in Netanyahu, il 60% ha un’opinione sfavorevole su Israele (20 punti in meno del 2022) e il 40% non lo stima. Persino nel Partito repubblicano il 44% non ha fiducia in lui e, un po’ inaspettatamente, gli ebrei di New York stimano di più il sindaco democratico, Zohran Mamdani, del leader israeliano. Le nuove generazioni sono nettamente contrarie a saldare così pericolosamente la politica estera americana a quella israeliana. L’influenza della lobby ebraica al Congresso e negli Usa ha radici profonde e non si esaurirà presto. Ma se la pressione dell’opinione pubblica sarà sempre più forte di fronte a un presidente impotente a mettere un freno alle ambizioni di Gerusalemme, le conseguenze potrebbero essere epocali.

di Aldo Amati
ex ambasciatore d’Italia in Polonia e Repubblica Ceca

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