La fraternità, pane della concordia

L’OMELIA. Pubblichiamo qui l’omelia che il Vescovo di Bergamo Francesco Beschi ha pronunciato in Cattedrale durante il pontificale per la solennità di Sant’Alessandro, Patrono della città di Bergamo.

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«In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi». Sono queste le parole di Gesù che illuminano e nutrono il proposito che caratterizza la festa del Santo Patrono Alessandro di quest’anno. Custodire la comunità nella concordia. In uno dei suoi sermoni, Sant’Agostino scrive: «Chi non gode di fronte alla concordia tra fratelli? Eppure c’è da lamentare che una cosa così importante sia così rara. Tutti la lodano, pochissimi la praticano. Se non c’è fratello che non approvi la concordia tra fratelli, mi domando perché è così difficile che effettivamente si realizzi questa concordia». E poi aggiunge due indicazioni: «Condizione per i fratelli per stare in concordia è non amare ciò che è solo terreno. E poi, da che cosa nasce la discordia tra fratelli? Nasce dal fatto che l’animo è piegato sul proprio esclusivo interesse». Mi ha colpito l’osservazione di un nostro concittadino, apprezzato per le sue competenze nel campo della rilevazione del «sentire» degli italiani, secondo cui più della metà degli italiani ritiene che ci siano più cose che ci dividono di quelle che ci uniscono. È un’osservazione inquietante. E questa espressione riporta immediatamente alle parole di San Giovanni Paolo II all’inizio di questo terzo millennio, evocando le parole del Santo Papa Giovanni XXIII.

«Il Giubileo del 2000 - diceva - deve essere l’occasione propizia di una fruttuosa collaborazione nella messa in comune delle tante cose che ci uniscono e che sono certamente di più di quelle che ci dividono» . Vogliamo portare nel cuore la rilevazione che abbiamo ricordato e nello stesso tempo la prospettiva che ci viene autorevolmente da San Giovanni Paolo II e da San Papa Giovanni XXIII. Mi sembra che un contributo alla nostra meditazione ci venga dalle parole di Papa Leone nella splendida lettera enciclica «Magnifica Humanitas», che non è solo dedicata all’intelligenza artificiale, ma certamente mette l’attenzione a questo strumento assolutamente particolare del progredire della tecnologia.

Papa Leone evoca l’immagine di due città, Babele e Gerusalemme. La costruzione della Torre di Babele, un’impresa imponente, un’unica lingua, un’unica tecnologia, un’unica direzione. Il progetto, però, nasconde una profonda insidia. È un’opera concepita senza riferimento a Dio, sostenuta da una uniformità che elimina la diversità e che invece della comunione sceglie l’omologazione. Il risultato non è l’unità, ma la dispersione.

La costruzione di Gerusalemme, dopo l’esilio, ha dei tratti diversi. Neemia, l’uomo che prende a cuore questa ricostruzione a nome di Dio, non impone soluzioni dall’alto. Convoca le famiglie, affida a ciascuno un tratto di muro da ricostruire, ascolta le paure, coordina gli sforzi, fronteggia le resistenze. Il racconto mostra come la città rinasca non grazie all’iniziativa di una singola persona, ma attraverso la responsabilità condivisa di tutto il popolo. È un’opera che ha Dio al centro e ricostruisce i legami, prima ancora delle pietre. La città ritrova così una lingua comune, non quella dell’uniformità, ma quella della comunione.

In questi anni ho insistito sul criterio della fraternità, perché mi sembra veramente pane della concordia. A partire dalla comunità cristiana, che deve offrire alla nostra città, alla nostra terra, una testimonianza profetica, coraggiosa, che va oltre il calcolo. Una testimonianza che vede le nostre comunità parrocchiali protagoniste. Le conosciamo, comunità diffuse sul nostro territorio, un popolo, le persone del nostro territorio. Non è un’élite la comunità parrocchiale. Io credo che ancora sia chiamata ad una testimonianza significativa, nel momento in cui rappresenta profeticamente, quindi coraggiosamente, una reale fraternità tra coloro che si riconoscono. Una fraternità non esclusiva, accogliente, sapendo quanto impegnativa oggi è l’accoglienza, ma anche quanto è necessaria.

Tutti si attendono di essere accolti. E finalmente una comunità che esercita una fraternità che si avvicina, soprattutto a chi è dimenticato, a chi è solo, a chi è insignificante, a chi è marginale. Penso una testimonianza profetica che vede in un’espressione che deve diventarci familiare, cioè il cammino sinodale come un’assunzione reale, camminare insieme, a partire appunto dalla fede che condividiamo. Una testimonianza profetica data da tutti i cristiani. Nella nostra città, nel nostro territorio, sono presenti cristiani di altre chiese. Vogliamo ricordarli e veramente rappresentare agli occhi di tutti una fraternità tra cristiani e una fraternità anche con uomini e donne di altre religioni, che non sono certo pochi, anche nella nostra città e nella nostra terra.

Questa testimonianza profetica deve tuttavia poi diventare condivisione con la città di tutti, la città plurale, la città di persone che portano ognuno al proprio convincimento. Ecco, è necessario che l’evangelo, l’evangelo della fraternità, il comandamento dell’amore reciproco, diventi cultura, e quindi è necessaria una mediazione culturale che veda il concorso di tutti, delle proprie propensioni, delle proprie convinzioni. Perché la nostra città, il nostro territorio viva una pluralità che non sia dispersione e nello stesso tempo un’unità che non sia omologazione.

La concordia è una virtù rappresentata anche nella nostra città, nel famoso Capitello, e certamente anche in affreschi assolutamente di altissima qualità artistica. Ma la concordia non è solo una virtù, è un virtù che deve portare frutto. La concordia è frutto, è frutto della giustizia, è frutto della libertà, è frutto della verità, è frutto dell’amore. La concordia è un frutto, è frutto della consapevolezza interiore di un bene più grande che viene riconosciuto in modo condiviso.

Papa Francesco in «Fratelli Tutti» scriveva «Sappiamo bene che ogni volta che come persone e comunità impariamo a puntare più in alto di noi stessi e dei nostri interessi particolari, la comprensione e l’impegno reciproco si trasformano. Si trasformano in un ambito dove i conflitti, le tensioni e anche quelli che si sarebbero potuti considerare opposti in passato possono raggiungere una unità multiforme che genera nuova vita». Ancora Sant’Agostino ricordava che «è la partecipazione a un bene comune condiviso, a sostanziare l’unità e l’identità del popolo, che sarà migliore o peggiore, a seconda che sia migliore o peggiore, l’oggetto della sua concordia».

Finisco evocando un’immagine di concordia che ci viene consegnata dal «Libro degli Atti degli Apostoli». È proprio un’immagine in cui l’aggettivo «concorde» viene consegnato ai lettori di questo libro: «Entrati in città dopo l’ascensione di Gesù al cielo, i discepoli con Maria salirono nella stanza al piano superiore dove erano soliti riunirsi. Erano perseveranti e concordi nella preghiera». San Cipriano diceva «possono ottenere molto di più pochi con una preghiera concorde che molti con una preghiera discorde». Noi oggi vogliamo essere concordi nella preghiera per la nostra Diocesi, per la nostra città, per la nostra terra.

Proprio in questo agosto,Papa Leone, che ogni mese consegna una preghiera particolare, ha dedicato la preghiera alla città. Ne leggo un passaggio: «Signore, fa che le nostre comunità urbane siano case aperte e accoglienti, luoghi dove si condivide la speranza, dove nessuno si sente invisibile e dove la gioia del Tuo Vangelo illumini la vita nascosta di tanti fratelli e sorelle» .

Anche noi, nella venerazione di Sant’Alessandro nostro patrono, come gli Apostoli nel Cenacolo, come i cristiani dei primi secoli attorno ai loro martiri, preghiamo perché la fede e la coltivazione dei valori che fondano la nostra città e la nostra terra producano il frutto della concordia. Dice il Signore: « Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi, e vi ho costituiti perché portiate frutto e il vostro frutto rimanga »; il frutto della concordia.

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