La politica del potere e il Paese da difendere
ITALIA. Forse siamo uno dei Paesi con la più lunga campagna elettorale. Non sappiamo quando voteremo ma non ci sono dubbi che la macchina elettorale si è già mossa da parecchio.
Lettura 2 min.La direttrice è quella di sempre, sia se espressa al negativo che al positivo: carpire/conquistare voti; impadronirsi/raggiungere il potere; consolidarlo per favorire amici e parenti/attuare un programma. Ovviamente la differenza fra la prima opzione, di ogni passaggio, e la seconda è una differenza etica e riguarda i principi che ispirano, la maturità di chi li attua, la competenza che si possiede. Tuttavia, l’etica politica (e non solo) è sempre il frutto di una visione della persona e della società. I filosofi direbbero che la domanda «che fare?» si fonda sempre sulla «chi sono?».
È così anche in politica: non possiamo votare un candidato se non sappiamo il minimo indispensabile su quello che pensa di sé, degli altri, della società e della politica, dei grandi problemi globali e via discorrendo. Non è vero che sono morte le ideologie, magari quelle storiche (buone o brutte che siano state: liberale, social-comunista, nazi-fascista, personalista, social-democratica, conservatrice, centrista) sono meno forti e influenti, si alleano o soccombono alle nuove. Ad ogni modo le ideologie ci sono e forniscono le varie risposte alle domande «chi sono?» e «chi siamo».
L’individualismo
Faccio tre esempi di atteggiamenti ideologici negativi e spesso dominanti. L’individualismo. Esso oggi si esprime soprattutto in forme idolatriche del proprio IO, che ritiene di avere sempre ragione, di essere prima e ultima legge, misura e fine di ogni cosa. Un IO lupo rapace, travestito quasi sempre da pecora, che sbrana tutti quelli contrari e schiavizza i propri seguaci.
Il profitto
Il profitto. Chiamasi anche utilità, denaro, interessi, tornaconto, tangenti, furti, corruzione. Qui i nomi non contano, conta il fatto che sono molti, che venderebbero i figli o l’anima pur di guadagnare di più.
Il potere
Il potere. C’è chi lo ama perché ha un IO spropositato, chi lo cerca perché deve fare più affari possibili, chi lo insegue perché ideologicamente schiavo di teorie e prassi, che negano il bene dei singoli e dei gruppi sociali, fatta l’eccezione dei parenti e degli amici intimi.
Ovviamente ci sono quelli che sono ispirati da sano amor di sé, ricerca giusta e legale del profitto, capacità di esercitare il potere per il bene dei singoli e dei gruppi. Tuttavia, in questo momento storico, guardandoci in giro, in Italia e nel mondo, non sembrano essere la maggioranza, anzi. Ciò ci porta ad affermare che non siamo davanti a una normale crisi politica. A mio modesto parere, assistiamo, invece, a un’operazione culturale e politica, che vuole scardinare le fondamenta del nostro Paese (Costituzione, priorità del Parlamento e divisione dei poteri, assetti istituzionali) e fargli cambiare aspetto e sostanza. In questa sede non mi interessa dare un nome all’ideologia che li ispira ma sottolineare i gravissimi rischi che stiamo attraversando.
La speranza, diceva Kierkegaard, «è la passione per ciò che è possibile»
La campagna referendaria sul governo della magistratura è stato un ottimo esempio di resistenza di idee e prassi autenticamente democratiche. La dobbiamo riprendere tutti - politici, magistrati, avvocati, educatori, docenti, associazioni e movimenti, cittadini comuni - per evitare il peggio e salvare la nostra democrazia costituzionale. Altrimenti la campagna elettorale si trasformerà in un tunnel, la cui uscita non è automaticamente quella della luce. In politica, infatti, non esiste nessun automatismo. E il peggio non è una remota possibilità, ma è dietro l’angolo. E, quindi, non serve dire, magari seduti in salotto, senza muovere un dito, «speriamo che non succeda». Serve, invece, sperare difendendo la Costituzione da derive autoritarie, smascherando falsità e fango sui social, invitando a partecipare al voto e alla vita democratica, realizzando solidarietà e accoglienza verso tutti, debellando corruzione e illegalità, promuovendo giustizia e pace, sanando relazioni e ambienti sociali. La speranza, diceva Kierkegaard, «è la passione per ciò che è possibile».
*Ordinario di filosofia politica Pontificia Università Gregoriana, Roma
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