La politica e i manager finiti fuori dai binari
ITALIA. Ufficialmente la separazione con l’a.d. (con trascorsi in Acea e Terna, manager di lungo corso) sarebbe frutto dell’avvenuto raggiungimento degli obiettivi di potenziamento infrastrutturale fissati dal Pnrr, ma è di tutta evidenza che la spiegazione non regga alla prova dei fatti.
Lettura 2 min.Ci sia consentita la battuta, non sono mesi semplicissimi per i Donnarumma. L’azzurro Gianluigi, il portierone ora al Manchester City, si sta vedendo i Mondiali in tv per la terza volta di fila, il top manager (nessuna parentela tra i due) Stefano Antonio è invece prossimo a lasciare la poltrona - scomodissima, ma assai remunerativa - di amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato dopo un confronto con il ministro dei Trasporti Matteo Salvini. Che sarebbe dovuto essere chiarificatore ma che alla fine ha solo accresciuto i dubbi e le perplessità (eufemismo) sulla gestione delle ferrovie in questi ultimi anni. Ufficialmente la separazione con l’a.d. (con trascorsi in Acea e Terna, manager di lungo corso) sarebbe frutto dell’avvenuto raggiungimento degli obiettivi di potenziamento infrastrutturale fissati dal Pnrr, ma è di tutta evidenza che la spiegazione non regga alla prova dei fatti. Lo conferma la reazione non proprio convinta dello stesso Donnarumma, finito fuori dai binari suo malgrado.
Nomine di questo livello sono sì di natura tecnica, ma hanno un chiaro (e legittimo) retroterra politico. Uno arriva nel tal dicastero e sceglie uomini di propria fiducia per fare un determinato lavoro e allo stesso modo ne dovrebbe rispondere se la scelta non si sia rivelata all’altezza delle aspettative. A maggior ragione in un’azienda complessa e complicata come le Ferrovie nelle sue molteplici articolazioni e ramificazioni che spesso rendono ancora più difficile l’individuazione se non delle responsabilità quantomeno dell’interlocutore giusto. Ma del resto da uno schema a spacchettamento derivano anche diverse posizioni, apicali e non, da occupare con perizia quasi militare. E qui Vannacci non c’entra, almeno non ancora.
La sostituzione di un manager di siffatta levatura e in un ruolo assolutamente centrale non può non portare con sé conseguenze di natura politica, gettando pesanti ombre sulla gestione di un ministero da sempre nell’occhio del ciclone. Ma davvero da sempre, non a caso uno come Giulio Andreotti soleva dire che ci sono due tipi di matti, quelli che si credono Napoleone e quelli che vorrebbero risanare le Ferrovie. Ai tempi ancora FFSS, e Salvini forse aveva i calzoni corti.
È sotto gli occhi di tutti il fatto che in questi ultimi anni i problemi si sono acuiti - sicuramente anche per la presenza numerosa di cantieri in punti strategici - e la gestione del sistema ferroviario ha mostrato più di una lacuna. A livello nazionale, dove nonostante tutto l’Alta Velocità rappresenta comunque un punto di forza del Sistema Paese, ma anche locale: sia nelle 19 regioni dove Trenitalia (una delle millemila società della galassia) opera in proprio che in quella Lombardia dove il federalismo ferroviario di Trenord è finito su un binario morto. E dove, va ricordato proprio a Salvini&Giorgetti ( per giunta due ministri lombardi), la Regione attende da mo’ la cessione di quell’1% dalle Ferrovie, quota che potrebbe (ci sia concesso il condizionale...) cambiare qualcosa negli equilibri. O quantomeno nelle responsabilità.
È sotto gli occhi di tutti il fatto che in questi ultimi anni i problemi si sono acuiti - sicuramente anche per la presenza numerosa di cantieri in punti strategici - e la gestione del sistema ferroviario ha mostrato più di una lacuna
Ecco, forse la parola chiave di tutto questa vicenda è proprio responsabilità, quella che viene chiesta (pretesa...) nella gestione di un asset fondamentale come le ferrovie, dai binari ai treni. Anche per questo motivo questo cambio in corsa non può essere liquidato come un semplice passaggio di testimone verso una nuova fase, perché è proprio quella in corso a lasciare perplessi, soprattutto dal punto di vista della gestione politica del ministero. Ma anche per gli oltre 20mila treni cancellati e i 3 milioni 894mila 961 minuti di ritardi accumulati in questi 4 anni salviniani, come rilevato certosinamente dal deputato Pd Andrea Casu. Ah, ieri per non farsi mancare niente è arrivato pure un pesante attacco hacker a Trenitalia. Auguri di cuore al successore di Donnarumma. E non solo a lui.
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