La questione del Nord e la Pontida di Salvini

ITALIA. Chi si è affacciato su quel palco vista pratone dice che fa davvero specie trovarsi davanti il popolo leghista: da una parte galvanizza, dall’altra fa quasi paura.

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Dodici anni fa Matteo Salvini ci è salito per la prima volta nelle vesti di segretario federale alla vigilia di elezioni europee che avrebbero riservato alla Lega un 6 per cento e 5 seggi, tra cui uno per lui medesimo. Altri tempi, una Pontida quasi new age con i bambini sul palco con la maglietta «piccoli padani crescono», una sorta di rivoluzione del sorriso intervallata da strali contro l’euro, l’immigrazione, l’allora premier Matteo Renzi e il titolare del Viminale (una fissa nella storia politica di Salvini), Angelino Alfano. «La Lega federalista, autonomista e indipendentista è pronta a liberare anche il Sud. Dimettiti» aveva minacciato il segretario padano (allora si poteva, erano i tempi dei «barbari sognanti» lanciati da Maroni) dal palco. Dodici anni dopo il partito è in una totale crisi d’identità, nel suo vagheggiare nazionalista non ha liberato il Sud e soprattutto ha perso rappresentatività in quel Nord dove tutto è iniziato ma nulla è stato davvero portato a termine. Tantomeno il sogno federalista (ma anche secessionista, indipendentista...) di quell’Umberto Bossi scomparso giusto sei mesi orsono e che oggi avrebbe festeggiato il suo 85° compleanno.

I problemi sul pratone

Una vigilia strana per quella che da sempre è la festa della Lega e che stavolta festa non è, ma chi si attende una sorta di redde rationem probabilmente resterà deluso. Alla fine, pur con tutti i distinguo e le contestazioni del caso, si farà apparentemente quadrato, magari inventandosi qualche nuovo (o vecchio) nemico o cercando semmai di riaggiustare il tiro. Ma i problemi resteranno lì sul pratone, tutti: perché bisogna essere franchi al limite del cinico, di giravolta in giravolta la Lega non sa più dove si trova il Nord, figuriamoci da che parte andare.

Lo conferma la richiesta dei governatori di una maggiore dimensione e organizzazione federale del partito. A suo modo è paradossale, visto che sulla carta dovrebbe essere un dato intangibile e fondativo della Lega stessa, nata come sindacato del Nord ma ora costretta a chiedere al suo segretario la giusta attenzione a quella dimensione territoriale dove ci sono i suoi valori e le sue radici. O almeno quelli del suo elettorato che - gira e rigira - non ha ancora ricevuto risposte convincenti alla richiesta di maggiore autonomia e minore pressione fiscale. E comunque la si voglia vedere, la questione rimane legata a quella delle risorse: per giunta in una coalizione di centrodestra dove FdI ha nettamente la meglio, forte delle sue istanze nazionaliste e di un consenso che poggia sì nel Centrosud ma che è rilevante anche al Nord, e lo si vedrà sia alle prossime elezioni che alle Regionali del 2028 dove la Lega potrebbe perdere la Lombardia, la culla inviolabile (ma ora molto a rischio...) del movimento.

Il nemico «interno»

«Non passa lo straniero» è il motto scelto per la Pontida di domenica 20 settembre, ma in realtà il nemico di Salvini è tutto interno e non va ricercato solo nei mal di pancia di chi teme per il proprio posto al sole visto il calo costante del consenso, ma anche in una confusione generale sugli obiettivi. La vicenda Vannacci ne è la conferma: voluto fortemente da Salvini, l’anno scorso era sul palco lì davanti al pratone, ora ha salutato, sorpassato a destra i leghisti e minaccia di rastrellare messe di voti tra i delusi nelle truppe padane. Il segretario richiama all’unità e invita a non dare vita a correnti o peggio ancora a «partiti dentro il partito», ma il rischio di un patatrac è altissimo e mitigato solo parzialmente dall’assenza di una reale alternativa alla leadership salviniana.

Sullo sfondo, una Lega che sul pratone si trova a fare i conti non solo con la realtà sempre più complessa del Nord, ma anche con un deficit reale di rappresentanza delle sue istanze che aumenta giorno dopo giorno. Anche (e soprattutto) per questo domani non sarà una Pontida come tutte le altre, qualcosa su quel prato resterà.

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