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ITALIA. L’appuntamento è per il 26 giugno alla Camera, quando il testo della riforma elettorale presentato dal centrodestra debutterà in Commissione.
Lettura 2 min.L’obiettivo è di chiudere il cantiere alle fine di luglio. In realtà, il testo è continuamente sottoposto a revisione da parte dei «tecnici» del centrodestra per evitare di incappare in incostituzionalità che ne bloccherebbero l’efficacia, e nello stesso tempo per risolvere le riserve di Forza Italia e Lega che vedono nella nuova legge elettorale un vero e proprio «Melonellum», cioè un abito cucito su misura per la premier e per il suo partito anche a scapito degli alleati.
Uno dei punti su cui più si discute è l’obbligo di indicare sul programma della coalizione il nome del candidato premier. Gli uffici parlamentari e della Consulta hanno ufficiosamente fatto notare che con una simile dizione si andrebbe a ledere il potere costituzionale del presidente della Repubblica di nominare il capo del governo. Il suggerimento dei giuristi è stato di indicare piuttosto «il leader della coalizione». Ma Giorgia Meloni non ne ha voluto sapere: nella logica del premierato e del governo blindato col premio di maggioranza, si deve sapere subito, prima del voto, chi si candida a fare il presidente del Consiglio.
Ma Meloni non sta tutelando la sua posizione: nessuno mette in dubbio la sua premiership nel centrodestra. Piuttosto l’indicazione del candidato premier serve tatticamente a mettere in difficoltà gli avversari. I quali non solo non hanno cominciato a discutere le tante asperità di un ipotetico programma comune e nemmeno dei confini del cosiddetto Campo largo. Ma soprattutto non hanno deciso come arrivare a scegliere il nome del loro candidato premier.
È noto che a quella posizione aspirano sia Conte sia Schlein i quali per il momento si trovano d’accordo su un solo punto, il rifiuto di un «papa straniero» (vedi la sindaca di Genova Silvia Salis) che cali dall’alto come terzo incomodo. Conte ha già chiesto che si vada alla conta, cioè alle primarie, per scegliere il candidato premier: è convinto di vincere rispetto ad una segretaria del Pd che non ha come lui il curriculum di presidente di due governi. Viceversa Schlein, al posto delle primarie (che pure la elevarono alla segreteria del partito) vorrebbe che fosse automatica la designazione del leader del maggior partito cioè lei, capo di una formazione che ha più del doppio dei voti del M5S. Ovviamente ognuno sceglie il metodo che più lo favorisce. La tattica di Meloni ha acceso la miccia di una bomba sotto il Campo largo. Come faranno Conte e Schlein ed evitare la deflagrazione, a tenere insieme la coalizione e nello stesso tempo a non sacrificare le legittime ambizioni di entrambi? Potrebbe anche accadere che il meccanismo di designazione del «Melonellum» venga davvero bocciato come incostituzionale: il dilemma della sinistra non scomparirebbe - ci sono comunque due candidati per una sola poltrona - ma avrebbe una minore carica esplosiva.
Risolto il caso, e vedremo come, Pd e M5S dovranno trovare la quadra sul programma, soprattutto sulla politica estera: Conte ha spostato a sinistra l’asse del suo movimento, contro il riarmo, contro l’aiuto bellico all’Ucraina, contro Israele e la guerra «illegale» in Iran. Il Pd, per effetto soprattutto della sua componente minoritaria di riformisti, è molto più cauto, benchè esplicito nel criticare le maggiori spese per la difesa. Sono però cautele destinate a risolversi nel momento in cui la riforma elettorale confermasse le liste bloccate degli aspiranti deputati e senatori: in quel caso la segretaria del Pd avrebbe buon gioco a dar vita a gruppi parlamentari più affini a lei e alla sua linea politica.
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