La riforma per l’autonomia, passi avanti e paradossi. Lo sguardo ai centristi

ITALIA. Mai così divisa nel corso della legislatura, la maggioranza riesce a portare a casa un pezzo della riforma.

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Una maggioranza mai così divisa negli ultimi quattro anni di governo, riesce a portare a casa un pezzo della riforma sull’autonomia differenziata. In difficoltà sulla legge elettorale e le preferenze, sulla legittima difesa, sui medici no vax, persino sul caso Roggero, il centrodestra arriva comunque al voto della Camera (dopo quello del Senato) sulle risoluzioni di maggioranza che recepiscono le pre-intese con quattro Regioni del Nord su alcune materie - Protezione civile, professioni, previdenza complementare e integrativa, coordinamento finanziario sulla Sanità. Si tratta di un passo avanti di un iter lungo e tortuoso che tuttavia ancora non disincaglia la legge-quadro della riforma che giace immobilizzata alla Commissione affari costituzionali del Senato chiamata a rispondere ai numerosi rilievi di costituzionalità di due anni fa della Consulta. Allora si disse che la riforma era morta e sepolta, oggi si può dire che ha dato un segno di esistenza in vita, anche se a molti pare un atto utile sì per la campagna elettorale nel Nord ma scarsamente concreto, insomma molto residuale. Lo ha spiegato in aula l’economista liberaldemocratico Marattin in un intervento non a caso apprezzato dai puri e duri del «Patto per il Nord» del segretario Grimoldi che, con una certa brutalità, parlano di presa in giro da parte del governo e di Salvini.

Viceversa il ministro Calderoli e la Lega esultano parlando di grande risultato, e in qualche modo le opposizioni danno loro ragione perché protestano duramente per il vulnus che verrebbe inferto ai cittadini del Sud, ridotti a «italiani di serie B» rispetto a quelli del Nord, soprattutto sul tema della leva finanziaria in sanità. Tanto è vero che il governatore della Puglia Decaro (Pd) ha già preannunciato un ricorso nel momento in cui le Camere cominceranno a votare e ad approvare a maggioranza assoluta i disegni di legge (uno per ogni Regione: Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto) che trasformeranno in atti le risoluzioni approvate ieri.

Il ruolo di Vannacci

Ora che la riforma della giustizia voluta da Forza Italia è stata affondata dal referendum e che il premierato caro a Meloni è stato di fatto accantonato mentre va avanti con estrema fatica la discussione sulle preferenze nel cosiddetto Melonellum, l’autonomia differenziata, la bandiera leghista, può almeno testimoniare la volontà riformistica del centrodestra, ma è un solo pezzo del quadro che nella legislatura non è riuscito a comporsi. Sarebbe paradossale se venisse essa sola approvata. Argomento polemico molto utile alle opposizioni ma anche a Vannacci, l’incubo che sta togliendo il sonno ai leader del centrodestra. Quando l’ex generale propaganda la sua cosiddetta «vera destra» lo fa proprio in contrapposizione ad un centrodestra da lui giudicato inefficace, incapace di realizzare le riforme che sarebbero necessarie. Considerando che Futuro Nazionale cresce ogni settimana nei sondaggi scalando inesorabilmente le posizioni (ormai ha superato la Lega e punta a doppiare il secondo posto detenuto da Forza Italia), sono accuse cui soprattutto Meloni deve rispondere in modo convincente, almeno per impedire che l’estrema destra tocchi la fatale quota dieci per cento, quella che darebbe a Vannacci il potere di determinare la vittoria o la sconfitta del centrodestra alle prossime elezioni.

Per questa ragione si torna a guardare con una certa attenzione alle piccole formazioni centriste e moderate, soprattutto ad Azione di Carlo Calenda. Soprattutto Forza Italia sta sondando il terreno, ben sapendo che sarebbe intollerabile per il Partito popolare europeo, di cui gli azzurri fanno parte, e per la famiglia Berlusconi, una qualsiasi forma di rapporto con Vannacci e la sua cosiddetta «feccia».

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