La scongiura del ritorno della guerra
I MORTI IN BOSNIA. La recente vittoria della Lista degli studenti alle elezioni parlamentari in Serbia ha destato curiosità quando non simpatia e ammirazione anche in Italia. È stata l’affermazione di un movimento nato dal basso, compattatosi in due anni di proteste ininterrotte nelle strade e nelle università e intorno ad alcune richieste unificanti: stato di diritto, lotta alla corruzione, libertà di informazione per costruire una democrazia compiuta.
Lettura 2 min.Per il resto la Lista ha al suo interno posizioni variegate riguardo alla politica estera, al futuro del Kosovo fino a frange che ricordano come un eroe Ratko Mladic, il boia di Srebrenica condannato all’ergastolo da un Tribunale internazionale e morto il 28 agosto scorso in un ospedale penitenziario all’Aia. La pace non coincide con la fine della guerra ma con la cessazione delle condizioni che l’hanno determinata. Quando le armi smettono di uccidere è ovviamente un esito letteralmente vitale per le potenziali vittime. Ma da quel momento deve iniziare un lavoro per evitare che sotto la cenere delle morti e delle distruzioni resti acceso il fuoco che ha generato la guerra. La Bosnia purtroppo a 31 anni dalla fine del conflitto che la dilaniò con crimini contro l’umanità diffusi, è un caso scuola: gli Accordi di Dayton che nel dicembre 1995 fermarono assedi e pulizie etniche hanno congelato le battaglie prendendo atto delle linee territoriali di separazione, allestendo un sistema di governo contorto che avrebbe dovuto riavvicinare le comunità.
L’Italia è impegnata in 43 operazioni e missioni di questi tipo all’estero, dall’Africa al Medio Oriente al Kosovo dove ha il comando della missione «Nato Kfor», in presenza di forti tensioni simili a quelle in Bosnia
Ma non è successo perché è venuta meno la politica (non solo locale) nel senso più nobile del termine e i nazionalismi etnici che originarono le mattanze, serbo e croato, non sono sopiti. La Republika Srpska ha un progetto di secessione da Sarajevo che, se andasse a segno, ridarebbe voce alle armi. Per questo motivo da 30 anni il rischio viene monitorato da un contingente di pace internazionale ora di 1.100 persone, del quale facevano parte i due soldati dell’Esercito italiano e i due del Corpo militare volontario della Croce Rossa, fra i quali una donna e il tenente Franco Adriano Zecchillo, di Paratico, al confine con Sarnico, morti giovedì scorso nell’elicottero precipitato a Brcko. Operavano nell’ambito di «Eufor Althea», la missione dell’Unione europea in azione dal 2 dicembre 2004 per garantire la stabilità del Paese. Prese il posto della «Sfor», la forza di stabilizzazione a guida Nato: sotto questa sigla soldati italiani si insediarono per primi dal 1996 nella Sarajevo sotto choc per aver subito l’assedio più lungo della storia bellica moderna (12mila morti tra i quali 1.600 bambini, 60mila feriti, un residente su sei colpito da granate o cecchini) che era stato fermato qualche mese prima con un intervento aereo militare. Il compito di «Eufor Althea», autorizzata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, è di vigilare sull’applicazione degli Accordi di Dayton, prevenire nuovi scontri e sostenere le autorità bosniache. In questo caso si tratta di un uso degli eserciti per costruire la pace, non per distruggerla.
La Bosnia purtroppo a 31 anni dalla fine del conflitto che la dilaniò con crimini contro l’umanità diffusi, è un caso scuola: gli Accordi di Dayton che nel dicembre 1995 fermarono assedi e pulizie etniche hanno congelato le battaglie prendendo atto delle linee territoriali di separazione, allestendo un sistema di governo contorto che avrebbe dovuto riavvicinare le comunità
L’Italia è impegnata in 43 operazioni e missioni di questi tipo all’estero, dall’Africa al Medio Oriente al Kosovo dove ha il comando della missione «Nato Kfor», in presenza di forti tensioni simili a quelle in Bosnia. La costruzione della pace ovviamente ha bisogno della volontà dei governi e delle organizzazioni internazionali. Oltre che dell’azione della società civile per spegnere le cause della guerra, ricomponendo tessuti di convivenza umana. Un obiettivo attuato dalle tante organizzazioni non governative e associazioni di volontariato anche italiane che in diverse aree del mondo curano ferite fisiche e psicologiche dei conflitti, lottano contro la povertà e altre ingiustizie, mettendo al centro le vittime e il protagonismo delle popolazioni locali, condizioni per evitare i conflitti. Se i leader che hanno in mano le sorti del pianeta seguissero l’agenda di questi veri operatori di pace, non ci sarebbe bisogno di soldati per tenere separati i nemici.
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