La Spagna e gli equilibri europei
MONDO. Parigi brucia perché ci sono sempre meno risorse per mantenere lo «Stato provvidenza», una Quinta Repubblica che è il malato d’Europa per instabilità politica e conti pubblici fuori controllo.
Lettura 2 min.In Germania la crisi del modello economico trascina con sé quella dei partiti storici. Il voto anticipato nella Spagna del socialismo dei diritti mostra le fratture sociali europee: casa, inflazione, immigrazione. Sul piano interno, dirà cosa può succedere quando un’economia va bene, ma larga parte della popolazione vive male perché diminuisce la sicurezza sociale. Il Pil non è tutto, specie se la sua traduzione non viene spalmata in modo equo.
Sul piano europeo, le elezioni spagnole anticipano la maratona elettorale del 2027 in Paesi come Italia, Francia, Polonia, Grecia. Solo la Germania, fra i grandi, non ne fa parte, tuttavia con i cicli regionali è già in campagna elettorale. Il centro sismico resta Parigi, con l’area centrale politica svuotata e con un sistema partitico presidiato da estrema destra e sinistra populista, mentre il voto spagnolo potrebbe spostare l’asse dell’Europa e le maggioranze con cui Bruxelles affronterà le prossime crisi.
Voto in Spagna decisivo anche per l’Europa
Madrid, ha scritto l’ambasciatore Ettore Sequi su «La Stampa», mostrerà quali forze stanno spingendo la massa critica continentale e in quale direzione, intervenendo sul progetto d’integrazione europeo già da anni sottoposto a lenta erosione.
Un’eventuale sconfitta di Sánchez, il premier socialista più longevo d’Europa, discussa icona progressista non priva di spregiudicatezza, peserebbe sugli equilibri europei e verrebbe a mancare una voce critica su dossier quali migrazioni, ambiente, Trump e Israele. La Spagna, quarta economia Ue, è la capofila di quella manciata di Paesi ancora a guida centrosinistra e, con la Francia di Macron, bilancia il polo conservatore di Germania, Italia, Polonia. Quello spagnolo è il gruppo più numeroso dei socialisti europei all’Europarlamento che, con i popolari e i liberali, sostengono la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. Una sconfitta socialista indebolirà la maggioranza centrista di Ursula proprio mentre il baricentro si sposta a destra.
Una maggioranza che già è difficile definire reale, dato che gli indirizzi e la legislazione virano a destra. Questo è il dilemma, anzi l’ambiguità della signora Ursula: stretta fra i socialisti indeboliti e più conflittuali e un Consiglio europeo a maggioranza conservatrice, il suo spazio centrista rischia di restringersi. Tendenza in corso da tempo su deregolamentazione, ambiente e migrazioni, dove il Ppe - partito di maggioranza e di von der Leyen - ha cercato voti della destra sovranista per recuperare quelli persi a sinistra. Per gli europeisti il punto di riferimento è l’Europarlamento, per i nazionalisti il Consiglio europeo. Fin qui i socialisti hanno fatto buon viso a cattiva sorte, perché, pur dinanzi alla politica dei due forni della presidente, esprimono comunque la numero due della Commissione e il numero uno del Consiglio europeo.
Cresce un bisogno di protezione sociale che tende a entrare in competizione con la protezione geopolitica e militare, i due volti necessari della sicurezza
I sovranisti hanno successo perché non vengono contrastati, in quanto si ritiene siano addomesticabili una volta dentro le istituzioni: in gergo si chiama «melonizzazione». Eppure il Ppe dovrebbe ricordare che la destra conservatrice ha sempre fallito, in Germania come in Italia e in Cile, quando ha cercato di convergere con la destra radicale. È ciò che sta avvenendo anche in America con la resa ideologica dei repubblicani nei confronti di Trump. Le piazze di Francia e Spagna con le loro proteste significative, al netto della manipolazione, unite al disincanto da perdita di identità della Germania Est dove prosperano i radicalismi, aggiungono due aspetti. Cresce un bisogno di protezione sociale che tende a entrare in competizione con la protezione geopolitica e militare, i due volti necessari della sicurezza. Il richiamo ai vantaggi economici dell’integrazione è necessario ma insufficiente, quando la sfida si fa esistenziale: lo conferma il caso spagnolo. L’esito dell’anno elettorale, proprio per il condizionamento dei sovranisti a prescindere dalle loro fortune nelle urne, renderà più costose le scelte che richiedono compromessi sempre più difficili.
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