La violenza verbale, l’urgenza di arginarla

MONDO. Il 31% degli adolescenti italiani afferma di sentirsi più compreso dall’Intelligenza Artificiale che dalle persone, il 38% dichiara di aver subìto episodi di bullismo almeno una volta, dato in crescita rispetto al 34% dello scorso anno.

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Il Rapporto nazionale 2026 sul disagio giovanile restituisce condizioni note ma in preoccupante espansione, con l’aggravio del ricorso alle nuove tecnologie per trovare risposte non reperite nel proprio ambiente, sintomo di solitudini anche nell’età dell’effervescenza sociale. Altre ricerche certificano come il 27% dei giovani dichiari di essere stato oggetto di violenza verbale e psicologica che colpisce il 17,9% delle donne italiane all’interno della coppia. Ma fortunatamente cresce anche il numero delle denunce nella fascia 18-25 anni: una richiesta di aiuto e un indice di consapevolezza della gravità di fatti che possono essere configurati come reato secondo il Codice penale (minaccia, diffamazione). La violenza verbale, scritta e parlata, privata e pubblica, ovviamente non è una novità di questa epoca, che ha però moltiplicato i canali per comunicarla, privi di filtri sanzionatori.

La violenza verbale, scritta e parlata, privata e pubblica, ovviamente non è una novità di questa epoca, che ha però moltiplicato i canali per comunicarla, privi di filtri sanzionatori.

Un tempo segnato dall’arretramento del principio di autorità: l’ubriacatura dell’individualismo esasperato non ha più argini, tutto è legittimo nel nome di una libertà priva del senso di responsabilità. «Dico quello che penso» è diventata vanteria non rara: ma bisognerebbe pensare ciò che si dice. Si possono liquidare queste evidenze con un’alzata di spalle se non fosse che la violenza verbale spesso ferisce il prossimo ed altrettanto spesso annuncia quella fisica. Accade nelle relazioni tra persone ma anche fra Stati. Le guerre sono sempre anticipate dal linguaggio, dalla legittimazione di propositi che poi diventano obiettivi militari. È successo nei Balcani negli anni ’90 quando i nazionalismi etnici presero piede nei discorsi dei leader e diffusi dalle televisioni ammorbando l’aria con la disumanizzazione di altre comunità. È successo ancora in Europa: da decenni Vladimir Putin esprime un desiderio revanscista definendo l’Ucraina «uno Stato artificiale, parte della Russia», mantra del nazionalismo moscovita storico e contemporaneo per il quale gli ucraini sono i «piccoli russi» o i «russi sbagliati».

Giovedì scorso abbiamo visto in azione il ministro israeliano della Sicurezza Itamar Ben Gvir, che nella sua biografia ha condanne per incitamento all’odio e sostegno a organizzazioni terroristiche. Militava nel «Kach», partito così attivamente razzista da essere messo al bando da Israele stesso nel 1994, in base alle leggi antiterrorismo. Ben Gvir poi si riciclò fondando un altro partito di estrema destra religioso: ha pronunciato parole di odio verso gli attivisti della Flotilla mentre venivano umiliati dall’esercito, umiliazioni che peraltro i palestinesi subiscono da anni. Il sintomo di una deriva che non è nata in tempi recenti e che ha trasformato le esigenze di sicurezza di uno Stato in politica territoriale predatoria, in ideologia disumanizzante nella spirale di odio reciproco con le organizzazioni islamiste palestinesi.

A proposito dell’infame spettacolo allestito dal ministro, il Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, ha espresso giudizi che valgono per ognuno di noi: «Quando parliamo di “cultura del disprezzo” non ci riferiamo solo a espressioni estreme o a gesti clamorosi. Il disprezzo è un atteggiamento diffuso, che si insinua nel linguaggio quotidiano, nelle semplificazioni, nella riduzione dell’altro a caricatura o secondo stereotipi. Nasce quando si smette di vedere nell’altro una persona concreta, con un volto e una storia, e lo si trasforma in un simbolo, in un nemico indistinto»

A proposito dell’infame spettacolo allestito dal ministro, il Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, ha espresso giudizi che valgono per ognuno di noi: «Quando parliamo di “cultura del disprezzo” non ci riferiamo solo a espressioni estreme o a gesti clamorosi. Il disprezzo è un atteggiamento diffuso, che si insinua nel linguaggio quotidiano, nelle semplificazioni, nella riduzione dell’altro a caricatura o secondo stereotipi. Nasce quando si smette di vedere nell’altro una persona concreta, con un volto e una storia, e lo si trasforma in un simbolo, in un nemico indistinto. È una forma di impoverimento umano e spirituale prima ancora che politico. Gli estremismi trovano terreno fertile proprio in questo contesto. Non sono una novità nella storia, ma oggi sembrano avere una forza e una visibilità maggiori. Questo accade perché intercettano paure reali, profonde, spesso giustificate da esperienze di violenza, di insicurezza, di perdita. La paura, quando non trova parole adeguate e spazi di elaborazione, tende a irrigidirsi e a cercare risposte semplici, nette, immediate. L’estremismo offre proprio questo: chiarezze apparenti, identità forti, nemici ben definiti». Cosa possiamo fare? Almeno un primo passo: senz’altro la violenza verbale va arginata e condannata anche negli ambienti della nostra vita quotidiana, perché è ingiusta e ferisce. È un virus che storicamente ha portato solo disgrazie.

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