L’autunno del voto con sorprese

MONDO. È l’autunno delle elezioni: si è votato per il Parlamento in Serbia, per il presidente in Brasile e, al primo turno, per il presidente in Bulgaria, aspettando il voto in Israele per la Knesset e quello di metà mandato negli Usa, in calendario il 3 novembre.

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E non si può dire che la stagione elettorale non sia cominciata senza botti. In Serbia il presidente Aleksandar Vucic, che si sentiva smottare il terreno sotto i piedi e aveva tentato con un voto anticipato di prolungare come primo ministro i suoi dodici anni di potere (tre da premier, nove da presidente), è stato seccamente sconfitto dalla Lista degli studenti.

In Brasile, Ignacio Lula ha rimontato il distacco del primo turno e ha ottenuto la sua quarta presidenza. Botti non del tutto imprevedibili ma pur sempre sonori, a cominciare dal fatto che, in modi diversi ma con esito uguale, sembrano fatti apposta per dispiacere a Donald Trump. La Lista degli studenti, nata due anni fa dalla rabbia per la strage di Novi Sad (16 persone uccise dal crollo di una pensilina), ha messo tra le parole d’ordine un più deciso avvicinamento all’Unione europea, laddove Vucic tentava di barcamenarsi tra Bruxelles, Washington e Mosca, senza scegliere davvero: von der Leyen, comprensibilmente, ha festeggiato il risultato serbo. E per quanto la Lista sia formazione eterogenea e la sua classe dirigente tutta da scoprire, per quanto i suoi portavoce si siano subito affannati a tranquillizzare Mosca (Russia Paese amico, non metteremo sanzioni), per quanto essere contro Vucic e il suo regime sia una cosa e governare bene la Serbia un’altra, un più saldo ancoraggio europeo di Belgrado pare nella logica delle cose. Il che rafforza la Ue, magari deludente per chi è dentro ma sempre attraente per chi ne è fuori.

Cosa che non può rallegrare Trump, che considera la Ue una modesta ma fin troppo riottosa appendice dell’influenza americana. Lontanissimo dalla Serbia, il Brasile del clamoroso ritorno di Lula porta a conclusioni simili. Intanto, la vittoria dell’ex sindacalista interrompe, e proprio nel più grande Paese del continente, la marcia trionfale dei governi che si ispirano al trumpismo, confermati come quello di Javier Milei in Argentina, insediati come in Honduras, Cile, Perù e Colombia, minacciati con le armi come in Venezuela. Ma non solo: con Lula, e di fronte alle palesi ingerenze americane (un esempio: una fondazione legata al vice presidente J.D. Vance finanziava la campagna dello sfidante Flavio Bolsonaro), il Brasile non potrà che stringere ancor più i rapporti con i Paesi Brics, organismo di cui è stato peraltro tra i fondatori. E Brics vuol dire rapporti intensi con la Cina, progetti di dedollarizzazione e di sistemi di pagamento fuori dai circuiti Usa, rivendicazione delle ragioni del Sud globale.

Cosa che non può rallegrare Trump, che considera la Ue una modesta ma fin troppo riottosa appendice dell’influenza americana. Lontanissimo dalla Serbia, il Brasile del clamoroso ritorno di Lula porta a conclusioni simili. Intanto, la vittoria dell’ex sindacalista interrompe, e proprio nel più grande Paese del continente, la marcia trionfale dei governi che si ispirano al trumpismo, confermati come quello di Javier Milei in Argentina, insediati come in Honduras, Cile, Perù e Colombia, minacciati con le armi come in Venezuela

Gli esiti del voto in Serbia e in Brasile, insomma, rafforzano due coalizioni di Paesi, l’Unione europea e i Brics, che volenti o nolenti sono entrati in rotta di collisione con gli Usa e che dichiaratamente (l’Europa con meno clamore ma con uguale sostanza, si veda la «chiamata» al Canada, le porte aperte al rientro del Regno Unito, l’obiettivo di un’autonomia strategica nella Difesa, non ultimo il sostegno all’Ucraina) perseguono una strada diversa da quella che Trump ha tracciato per gli Stati Uniti, fin quasi al punto di proporsi come un’alternativa di sistema. Se poi si pensa alla cosiddetta Dottrina Donroe (la Dottrina Monroe riveduta e corretta da Donald), che prevede l’assoluto controllo delle Americhe da parte di Washington, l’esito del voto brasiliano va a unirsi alla ribellione civile ed economica del Canada di Mark Carney fino a dare l’idea di un antimurale Nord-Sud all’espansionismo politico degli Usa, proprio in quello che gli americani considerano da sempre il cortile di casa. Notizie non buone per la Casa Bianca, che infatti si è subito spesa per sostenere le proteste dello sconfitto Bolsonaro. E auspici pessimi, a credere alla scaramanzia, per gli altri due voti, in Israele e negli Usa. Quelli che per Trump sono davvero importanti e che possono decidere molto del suo futuro politico.

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