Lo sguardo basso dell’Italia nella politica estera

ITALIA. E’ già iniziata la campagna elettorale tra e dentro le coalizioni in vista delle elezioni politiche del 2027. Da ciò che si è ascoltato finora, l’avvicinamento al voto sarà segnato da polemiche intorno a questioni non cruciali per il futuro dell’Italia e con toni accesi.

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Dei gravi guasti della nostra epoca - dal cambiamento climatico alle guerre, dalla finanza predatoria allo spettro di un utilizzo pericoloso dell’Intelligenza Artificiale - nel dibattito pubblico ci sono tracce vaghe, se non nella traduzione nazionale, senza lo sguardo complessivo che meriterebbero. La politica estera continua così ad essere marginale, anche nel panorama mediatico. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni non si è recata a New York per l’81ª Assemblea generale dell’Onu, mandando il ministro degli Esteri Antonio Tajani, ma ha partecipato alla Settimana della moda a Milano (siamo appunto in campagna elettorale...). Per quanto l’istituzione oggi sia irrilevante, le Nazioni Unite restano però uno dei rari luoghi di confronto multilaterale, nel quale si è discusso dei grandi conflitti in corso in Europa e nel Vicino Oriente ma anche degli sviluppi dell’IA e della lotta alla povertà. Temi affrontati da António Guterres nel suo ultimo discorso da Segretario generale (ruolo assunto nel 2017), con una stoccata alle superpotenze e un monito: «È difficile immaginare uno scenario altrettanto minaccioso di quello che stiamo affrontando ora».

Il nuovo Segretario dovrà tentare l’impossibile: la riforma dell’organizzazione discussa da anni ma bloccata proprio dalle potenze che siedono nel Consiglio di Sicurezza (Usa, Cina e Russia) con seggio permanente, contrarie ad abolire il diritto di veto del quale dispongono e che è tra le cause della paralisi dell’Onu. La Turchia ha proposto che tutti i 15 membri del Consiglio siano eletti dall’Assemblea generale, restando in carica per un tempo determinato. Nel dibattito italiano non c’è traccia di questi passaggi cruciali, né delle riforme necessarie per rendere l’Unione europea più incisiva e più «sociale» per rispondere all’impoverimento e alla forbice sempre più larga nella distribuzione della ricchezza.

La campagna elettorale dovrebbe alzare e allargare lo sguardo uscendo dalla logica del contingente e del consenso immediato per proporre programmi radicalmente trasformativi: è una responsabilità richiesta da questa epoca grave. Il primo passo è averne coscienza

Il dibattito sull’Ucraina è incentrato tra favorevoli e contrari al sostegno militare al Paese invaso (dirimente per le alleanze nel campo largo, divisivo anche a destra) ma senza allargare lo sguardo alle possibili conseguenze delle decisioni, una responsabilità necessaria per non incappare in pericolose illusioni. Si invoca giustamente il dialogo, la disponibilità delle parti non è però scontata. Vladimir Putin ha rifiutato l’incontro richiesto più volte da Volodymyr Zelensky e il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov all’Assemblea generale dell’Onu ha dichiarato: «Non faremo nessuna pausa nella nostra operazione militare speciale in Ucraina, neppure durante eventuali trattative». In un’altra circostanza ha detto che «l’Ucraina come la conosciamo oggi non esisterà più». Andrebbero coinvolti gli Stati che sostengono Mosca, a cominciare dalla Cina. Per questo il multilateralismo è importante, per cercare una via di uscita anche dal secolare conflitto israelo-palestinese e dall’immonda situazione umanitaria a Gaza. L’Europa ha molto da farsi perdonare su questo fronte e per la politica estera italiana è urgente ritrovare quel ruolo ispirato alla giustizia che ha saputo svolgere in un’altra epoca, indicando fra le priorità il Mediterraneo nel quale il nostro Paese è immerso. La campagna elettorale dovrebbe alzare e allargare lo sguardo uscendo dalla logica del contingente e del consenso immediato per proporre programmi radicalmente trasformativi: è una responsabilità richiesta da questa epoca grave. Il primo passo è averne coscienza.

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